Nino Orlandi
Come eravamo
Non si fermò mai
LINO COMAND ( 1925 - 2010 )
Si poteva tranquillamente uscire, non solo dall’aula delle udienze penali, dove si aspettava che fosse il turno del nostro processo, ma addirittura dal tribunale, che allora era quello di via Treppo. Si poteva fare persino un salto al kyrie eleison, come era chiamato il bar di fronte, quello della curia. Si sarebbe saputo in tempo reale, senza bisogno di messaggeri, o di telefonini, quando sarebbe terminato il processo in corso. Tutto ciò a condizione, ovviamente, che l’avvocato che stava pronunciando l’arringa fosse lui. Persino quei giudici che non facevano parte del Collegio che stava celebrando il processo in corso, i quali aspettavano come gli avvocati il turno di celebrare i processi loro assegnati, potevano grazie a lui evitare la noia di rimanere in attesa in camera di consiglio e si prendevano una boccata d’aria e di libertà. Il dottor Turel, tanto per non far nomi, sapeva di potersi spingere fino alla balaustra della vicina chiesa di Sant’Antonio, luogo estremo fino al quale poteva distintamente essere percepita la voce, se non le parole, dell’avvocato Lino Comand.
Lino (ci permetteranno Stefano ed Emanuela di continuare a chiamarlo ogni tanto così, come lo chiamavamo noi) non si risparmiava mai. In nulla. Quel nome, breve e usuale, aveva già in sé la promessa, l’annuncio, la profezia di una carattere e di un temperamento. Breve, rapido, veloce da pronunciare, di immediata messa in campo, una pistola senza la sicura. Non sarà stato lui a chiedere ai genitori di non imbarcarsi in complicate ricerche per dargli un nome magari più suggestivo, o altisonante, dato che gliene bastava uno breve, fosse pure il diminutivo di qualche altro. Non aveva tempo da perdere, non ne avrebbe mai avuto. Non sarà stato lui, dicevamo, ma non ci sarebbe da sorprendersi se fosse il contrario, dato il carattere piuttosto volitivo che ebbe in sorte.
Non si risparmiava, utilizzava tutte le sue doti di testa e di cuore, quando assumeva la difesa di qualcuno. Ci metteva la passione, oltre all’intelligenza ed alla cultura giuridica (e non solo), facendo proprie non solo le ragioni, ma anche le emozioni, i sentimenti, sofferenza compresa, di chi lo aveva incaricato di difenderlo. La stessa passione era componente essenziale anche nell’impegno politico, come lo fu nella sua vita personale e familiare.
Per 85 anni non si fermò mai. A Mortegliano, suo paese d’origine, dove lo tenevano sotto osservazione dalla nascita, lo chiamarono sempre “Lino Machine”, dove per “machine” si intende qualcosa che, a differenza degli umani e degli altri esseri organici che hanno bisogno ogni tanto di fermarsi un po’ a tirar fiato e riposare, può continuare a funzionare giorno e notte, a ciclo continuo, purché non gli si faccia mancare il carburante e un po’ di lubrificazione, di tanto in tanto.
Non poté mai adagiarsi, aspettando che le cose gli arrivassero da sole. Ebbe la sorte di dover lottare fin da quando era bambino per ottenere ciò a cui aspirava: tutto infatti congiurava per far apparire come impossibile quello che poi riuscì a strappare dalle mani avare del destino ed a fare suo. Naturalmente suo, poiché gli spettava di diritto. Nacque infatti nel 1925 – era il 27 di ottobre – da una famiglia indigente, che pativa i disagi di quel primo dopoguerra, nel quale le cose andavano molto diversamente da come andarono nel secondo dopoguerra differenza. Invece che la libertà riconquistata, gli americani col loro Piano Marshall, la promessa di una nuova epoca di pace, di progresso e di democrazia, era ben presto arrivato il fascismo, al seguito di una strisciante guerra civile. Si scontravano, oltre a tutte le ideologie che funestarono il secolo passato, gli interessi di chi dalla guerra aveva tratto profitti e potere e le speranze di chi ne era uscito più povero, magari dopo aver combattuto in trincea, o aver perso il marito, un figlio, o un fratello. Il padre, Giovanni Comand, era riuscito ad ottenere, per tirare avanti, un posto da stradino comunale, riuscendo in tal modo a provvedere, anche se a fatica, alla numerose prole. Dalla moglie, Agata Ferro, aveva avuto ben sei figli, uno dei quali, il nostro Lino, subito si distinse, sin dalle elementari, per le sue doti non comuni. Vi è da dire che allora tutti erano convinti che i figli li mandava Dio e come tali venivano accolti, senza l’odierna programmazione che pretende di farli arrivare nel momento giusto, o che si ritiene tale, senza poter chiedere la loro opinione: a quel tempo si preferiva affidarsi alla Provvidenza, piuttosto che sostituire ad essa le proprie ragioni, o quelle del ginecologo e del commercialista, un po’ perché questi ultimi ancora non c’erano, ma soprattutto perché si preferiva ancora rivolgersi al Titolare, piuttosto che ai suoi aiutanti.
Tornando a noi, il suo buon maestro (anche sui maestri di allora ci sarebbero da scrivere milioni di cose) lo trattenne a scuola, dopo che ebbe finita la quinta elementare, per altri due anni. Usava così e si chiamavano, quelle due “classi”, che forse l’ordinamento scolastico nemmeno conosceva, la sesta e la settima: ne abbiamo notizie fino agli anni cinquanta ed ai primi sessanta, in qualche parte del Friuli. Arrivò finalmente l’attesa borsa di studio, che gli evitò di essere immesso, già a quell’età, come usava allora, nel mercato del lavoro, tanto per usare un’espressione dei nostri giorni. Di borse di studio in realtà ne arrivarono due: una per il glorioso collegio udinese “di Toppo Wassermann”, una della GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Fruì di quest’ultima per le scuole medie, arrivando a frequentare il collegio GIL della Farnesina di Roma, al quale venivano inviati i migliori allievi dai collegi di tutta Italia. Dapprima aveva scelto – chissà, forse per l’affetto e la stima che nutriva per il suo maestro – l’Istituto Magistrale. Avvedutosi che, senza il greco e senza il quinto anno delle superiori (allora le Magistrali duravano quattro anni) non avrebbe potuto accedere all’università, prese la decisione: finito il secondo anno delle magistrali, passò l’estate a preparare l’esame di latino e di greco per essere ammesso alla prima liceo classico. Li preparò da autodidatta, ovviamente, dato che ne ricorrevano tutti i presupposti sostanziali: la determinazione, la mancanza di mezzi per ricorrere ad un insegnante privato e la fiducia in se stesso.
La presidente della commissione, terminato l’esame, lo apostrofò in malo modo, chiedendogli bruscamente chi fosse mai quell’asino che lo aveva preparato in modo così inadeguato e bla bla bla. “Veramente” rispose Lino “non mi ha preparato nessuno, ho fatto tutto da solo”. Lo stupore fu generale: non lo sappiamo con certezza, ma crediamo – anzi, lo speriamo per lei – che quella professoressa sia arrossita almeno un po’. Propendiamo per il sì, dato che Lino, se non alla prima liceo, venne comunque ammesso alla quinta ginnasio, con l’abbuono della quarta per “meriti speciali”.
Completò il Liceo Classico – come tanti di coloro di cui abbiamo parlato su queste pagine – allo Stellini di Udine, da cui salpò alla volta di Padova, dove si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria. Soldi ce n’erano pochi in quel 1945 e lui ne aveva ancora meno degli altri. Ovviamente, non si perse d’animo: avrebbe provveduto al suo mantenimento, svolgendo, contemporaneamente allo studio della geometria analitica e dell’analisi matematica, le funzioni di istitutore – lui che di collegi era pratico – presso il collegio Barbarigo.
Perché ingegneria? Ecco che appare in evidenza uno dei valori fondanti della sua visione del mondo: la famiglia. Pensava, infatti, di metter su un’officina e di dare così un lavoro e una vita diversa ai suoi fratelli. Alla fine del primo anno di quella facoltà, però, durante una serata passata assieme a due amici, scatta la “conversione”. I due sono tali Luigi Granelli e Giovanni Galloni, allora studenti come lui, che di lì a pochi anni saranno, assieme a Giovanni Marcora, Guido Bodrato e Ciriaco De Mita, i principali esponenti della corrente denominata “La base”, una sorta di pensatoio della Democrazia Cristiana, il partito che ebbe un ruolo egemone per quasi cinquant’anni dalla fine della guerra. Quegli amici lo spingevano a quella scelta con varie argomentazioni, ma il consiglio, l’ispirazione decisiva non venne da loro: passò tutta la notte nella chiesa di Sant’Antonio, davanti alle spoglie del “Santo”, a cui fu sempre devoto in modo speciale. Molti anni dopo, era il 1985, accompagnato da Stefano, stava andando a Bergamo per farsi sottoporre ad un intervento al cuore. Gli disse di uscire dall’autostrada all’altezza di Padova e si fece portare al Santo. Rimase a lungo in ginocchio: quando si rialzò aveva il volto più sereno. “Possiamo andare, ora sono a posto” disse al figlio.
Dato che Sant’Antonio conosceva ancor meglio dei democristiani i disegni di Dio, finì che, per farla breve, Lino si laureò nel 1950. In giurisprudenza, ovviamente. Ed, altrettanto ovviamente, si iscrisse subito come praticante all’Ordine degli Avvocati di Udine, andando a redigere i primi atti dall’avv. Zambruno, per passare un anno dopo allo studio dell’avvocato Campeis. Nel 1952 (nancje il timp di tirà flat”) supera gli esami di abilitazione alla professione di procuratore legale, figura professionale sconosciuta ai più giovani, ai quali sono rimasti peraltro in eredità, come a tutti noi, i “diritti di procuratore”, emolumento fisso, la cui fissità è ancora usbergo contro le richieste di riduzione delle parcelle da parte dei clienti, almeno per quella “colonna”. Proprio a Napoli viene scattata la foto che trovate qui, nella quale si riconoscono, partendo dalla sinistra, gli altri esaminandi: Luigi “Paco” Fioretti, Paolo Solimbergo, a capotavola Lino Comand, l’avvocato Raffaele Scrosoppi e sua figlia Resi, altra nostra Toga d’Oro. Raffaele evidentemente li aveva accompagnati con la sua auto, un po’ perché gli andava, un po’ perché così rendeva loro meno disagevole la trasferta, un po’ forse perché a quei tempi non sembrava opportuno che la ragazza passasse qualche giorno fuori casa da sola, assieme a Luigi, il suo moroso, senza la presenza di un parente che, almeno astrattamente, prevenisse non tanto comportamenti disdicevoli, estranei ovviamente a Resi e a Luigi, quanto chiacchiere e pettegolezzi.
Da Campeis rimane fino al 1958: quell’anno, a Natale, gli fanno trovare la borsa e le sue pratiche sul pianerottolo. Qui entra in scena Lucilda. Lucilda Comand (stesso cognome, anche se non parente), è sua moglie: la donna, cioè, su cui si fonda anche per lui, come avviene per ogni grande uomo, una parte della sua grandezza. Originaria di Mortegliano, Lucilda ne era partita nel 1930 per trasferirsi a Roma. Fu nell’estate del 1950: ritornata per passare qualche settimana di vacanza in paese, lo incontra, se ne innamora, lo fa innamorare e se lo sposa. E resta qui, anche se a Roma aveva conquistato un ruolo di primo piano nel campo professionale. Era infatti segretaria di produzione alla Lux Film, casa cinematografica alla quale collaboravano due tali che si chiamavano Dino De Laurentis e Carlo Ponti e che annoverava, tra i registi delle proprie opere, o tra i redattori delle sceneggiature, dei signori che rispondevano al nome di Visconti, Fellini, Lattuada, Germi, Comencini e Antonioni, per dirne alcuni. Ma non ha dubbi, né esitazioni: amore, matrimonio, famiglia, figli sono una scelta che darà per sempre un senso profondo alla sua vita. Tra quelli dello schermo e quelli veri, i sentimenti che preferisce, così come i successi e le sconfitte, le gioie ed i dolori, sono quelli reali, che nascono da ragioni profonde, non da emozioni artificiali, o passeggere.
Insomma, Lino ha 33 anni ed ha appena recuperato borse e pratiche fuori dallo studio che lo ha messo alla porta. Che fare? Lucilda gli chiede di trasferirsi a Roma: se c’è da ripartire da capo, meglio farlo là. Ci tocca, a questo punto, far entrare in scena un’altra componente della vita di Lino: l’amore per la cultura classica. La sua risposta, infatti, è: “Meglio primo in un villaggio della Gallia, che secondo a Roma”. Decide così di mettersi in proprio, con il conforto e l’aiuto di lei di lei. Aprirà lo studio, già nel gennaio 1959, in via Savorgnana, per trasferirsi tre anni dopo in quello di via Rialto, da cui non si sposterà più.
I processi importanti, o che lo divennero per la sua presenza, non si contano da allora fino al 2007, anno in cui si ritirò, colpito da un male che riuscì dove nessuno ci aveva mai nemmeno provato: a fermarlo. Prima che la natura gli desse finalmente un po’ di riposo, anche se forzato, percorse per decenni le aule da protagonista. Arringhe, le sue, in cui la difesa tecnica si sposava sempre, ma proprio sempre sempre sempre, con la partecipazione emotiva, la capacità di suggestione, la passione compressa, sì, dalle regole del processo, ma mai dissimulata.
Cominciò negli anni 50, quando Pisenti, già ministro della Giustizia nella Repubblica di Salò, lo chiamò a far parte con lui del collegio di avvocati che rappresentavano le parti civili nel processo contro alcuni partigiani comunisti, accusati di quel tipo di omicidi che hanno ispirato a Giampaolo Pansa quel “Il sangue dei vinti”, libro che a distanza di più di sessant’anni ha portato alla luce della coscienza collettiva quel tipo di comportamenti. Si trattava degli eccidi di Porzùs e di Montenars, per essere precisi. Già allora diede prova di un’arte oratoria caratterizzata da una certa – diciamo così – veemenza, allorché invocò i Giudici di ricordare che in quel processo non era la Resistenza che veniva sottoposta a giudizio, ma – cosa ben diversa - dei rei di omicidio volontario.
Negli anni ‘70 è lui a correre in soccorso di Emilio Zatti, sindaco di Lignano, arrestato per corruzione, assieme a qualche altro amministratore, a seguito di un esposto che aveva come oggetto l’esistenza di interessi privati nell’approvazione della famosa “Variante 13”. Zatti, che di quell’area non possedeva un solo metro quadrato e che dalla vicenda sicuramente non aveva avuto alcun ritorno economico, aveva tutt’al più lasciato fare. La vicenda, dato che Tangentopoli era lontana ancora anni luce, suscitò un enorme scalpore, finendo sulle prime pagine dei giornali, non solo locali. La gente era basita: Zatti, oltre che il sindaco, era anche, dai primi anni 50, il medico condotto di quella località. Quando ancora i bambini nascevano in casa, la macchine erano una rarità e all’Ospedale, quello di Latisana, ci si andava per operarsi, o per malattie gravi, era lui che faceva nascere i bambini, che riceveva i malati, che li andava a visitare, che – come facevano tutti i medici condotti a quel tempo – era a disposizione dei pazienti di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, 365 giorni l’anno. Aveva oltretutto un occhio clinico formidabile, che gli consentiva di cominciare la diagnosi dal momento che il paziente entrava nel suo ambulatorio, dal suo colorito, dagli occhi, dal timbro di voce, da come camminava o si sedeva, per non dire da come aveva aperto la porta. E senza analisi, esami, lastre, TAC o risonanze magnetiche: insomma, un medico che aveva un concetto “umanistico”, più che scientifico della professione, dato che considerava la provenienza familiare, il lavoro, lo stile di vita, il carattere e tutto ciò che fa di una persona qualcosa di unitario, comprensivo cioè di mente e di corpo. La disponibilità per i pazienti era totale, le diagnosi di una rapidità fulminante, la loro conferma successiva, attraverso le analisi, gli esami e tutto il resto, praticamente scontata. Per non parlare della personalità, della cultura, del fascino (si può dire carisma?) di quel medico che, assieme al parroco di allora, don Mario Lucis, era stato protagonista della vittoriosa secessione di Lignano dal Comune di Latisana nel 1959. Basti dire che alcuni seggi elettorali più popolari, come quello di via Traviso, che davano al partito comunista una maggioranza schiacciante alle elezioni politiche, votavano invece in massa per la lista del democristiano Zatti (per il dottore, come lo chiamavano) alle comunali. Insomma, una bomba, anche perché – a differenza che per Tangentopoli – non era scoppiata nel mezzo di una guerra, ma in un deserto silenzioso da decenni.
Zatti affronta con serenità la vicenda, passa ogni giorno qualche ora a chiacchierare con il direttore del carcere, che si premura di evitargli – nei limiti del possibile – gli inconvenienti peggiori di quella condizione. Dà consigli, fa qualche diagnosi, si interessa a quella umanità e dà coraggio agli altri compagni di sventura. Sereno insomma, almeno in apparenza. A lui il coraggio lo da Lino, il suo amico Lino, che corre immediatamente in suo aiuto. Quando otterrà, dopo qualche decina di giorni di carcere preventivo, quella che allora si chiamava “libertà provvisoria”, grazie all’impegno profuso nel mettere in luce gli elementi che portavano ad escludere esigenze cautelari, Lino lo aspetterà, munito una bottiglia di champagne, assieme ad altri amici, su quel ponte girevole attraverso cui, fino a pochi anni fa, si accedeva a Lignano: quello stesso che nel 1959 quel medico, assieme al parroco ex partigiano e a tanti altri lignanesi, avevano chiuso con un’azione di forza, per aprire la vertenza conclusasi con la loro autonomia da Latisana.
Tanti altri processi videro Lino difendere imputati famosi, o “istituzionali”: tra i tanti, il prefetto Bevivino ed il questore Ugo Laghi, il sindaco di Majano Bandera, il vigile urbano Di Filippo, per non parlare dello scandalo IACP, dello scandalo UTE e di tanti altri. Molte le sue difese in processi per omicidio colposo: processi che oggi si concludono quasi tutti con un patteggiamento – tranne rari casi – ma che allora erano una necessità: tra gli altri – e c’è tutto il sapore degli anni 60 - quello contro due piloti, la cui vettura, nel rally di Padova, era uscita di strada durante una prova speciale, provocando una strage. Negli ultimi anni di professione si interessò anche del disastro aereo di Verona, nel quale perirono 49 persone, gestendo tutta la fase penale come difensore di parte civile dei parenti di alcune vittime ed ottenendo la condanna del direttore dell'aeroporto Catullo, dell'addetto al traffico aereo, del direttore del settore operativo della società di gestione, del direttore di pista, nonché dei responsabili civili identificati nell'Aeroporto di Verona e nel Ministero delle Infrastutture e dei Trasporti. E poi le rapine, tra cui quella ai danni del caveau della Friulpol, che ebbe grande risonanza e fu fonte di violente polemiche. A seguito del conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, vi furono infatti alcuni morti e feriti gravi. E fin qui, direte… Alcuni parenti dei rapinatori uccisi, tuttavia, sporsero denuncia, in quanto le forze dell'ordine avevano da tempo monitorato i malfattori, cosicché pareva ci si trovasse di fronte ad una sorta di "esecuzione" sul posto, poiché sarebbe stato possibile procedere al loro arresto, prima che la rapina avesse luogo. Figurarsi un combattente come lui, in una circostanza come quella.
Sempre in tema di rapine, una difesa memorabile fu quella con cui riuscì a far assolvere uno studente universitario, che si trovava imputato a causa di una spiccata somiglianza con il vero rapinatore. Lino riuscì a dimostrarne l'innocenza, scovando, con anticipata e spiccata propensione all'investigazione difensiva, il tizio al quale quel povero studente aveva chiesto un passaggio in autostop: alibi inattaccabile, sia per luogo, che per orario. Insomma, riuscì a salvare il destino di quel ragazzo, provando che erano vere le sue affermazioni, ingiustamente ritenute frutto di fantasia da parte degli inquirenti. Difese alcuni calciatori, tra i quali il famoso centrale dell'Udinese e della nazionale brasiliana Edinho, dalle contestazioni di evasioni fiscali, molto in voga negli anni 90.
Ci si permetta un breve inciso, a questo proposito: che si vada ad annate, o a decenni, per quanto riguarda l’attenzione verso certi tipi di reato, o certi altri, non è mai stata una novità. Se è vero, infatti, che l’azione penale è obbligatoria, è altrettanto vero che non si hanno né il tempo, né gli uomini, né i mezzi per perseguirli tutti. Ed allora, di necessità, si sceglie: in base alla gravità dei reati, certo, ma anche – come dire – al clima del momento. Così da sempre ed in tutto il mondo. Fine dell’inciso.
Nei primi anni 70 fu difensore in uno dei primi processi in materia di stupefacenti, che vedeva sul banco degli imputati numerosi figli della cosiddetta "Udine bene", consumatori di roba cosiddetta leggera. L’arresto aveva sollevato in città gran clamore. Quei ragazzi erano tutti frequentatori del famoso "Talmone" di via Mercatovecchio, del quale, i pochi che se lo ricordano, conservano l’immagine di un luogo molto “perbene”, di fidanzatini educati, di tazze di cioccolata fumante, di studenti in giacca e cravatta che, d’estate, sfoggiavano camicie a fiori e pantaloni a zampa d’elefante, sì, ma puliti e ben stirati. Il processo si concluse con una condanna mite. La sentenza fu pronunciata dopo la mezzanotte, con conseguente, immediata corsa in via Spalato, abbracci dei ragazzi alla mamma, al papà ed all’avvocato e corsa liberatoria per strada, dopo mesi di detenzione.
Meriterebbe ben più di una citazione il processo Valent, celebrato a carico di alcuni ragazzi che, qui a Udine, avevano ucciso un loro compagno di classe solo perché era di pelle scura, essendo di padre italiano e madre somala. Ci ripromettiamo di farlo, se non lo farà qualcun altro prima di noi, così come vorremo dedicare l’attenzione che merita al processo per il famoso omicidio della Botte.
Tra le sue difese per omicidio davanti la Corte d’Assise di Udine, quella in cui diede il meglio fu per il caso Bacchetti. Pur sapendo che contro il suo assistito – che peraltro aveva subito confessato – le prove erano schiaccianti, anche prescindendo dalla confessione, non si perse d’animo. Se non si può puntare all’assoluzione, cosa deve fare l’avvocato? Cercare di far emergere, a favore del suo assistito, tutte quelle circostanze che limitano, attenuano, riducono l’elemento materiale, o, come più spesso avviene, l’elemento psicologico. Bacchetti, l’imputato reo confesso, ex calciatore di una certa fama, aveva ucciso a colpi di rivoltella un noto personaggio udinese, detto Franco Sport, dall'omonima insegna dei negozi di articoli sportivi che gestiva. Il Bacchetti, entrato nel negozio, gli aveva puntato contro la pistola e aveva fatto fuoco, uccidendolo. Cosa c’era dietro a quella vicenda così inusuale, tanto più per una città come Udine? Cosa aveva spinto una persona come il Bacchetti, che aveva dedicato la sua vita allo sport e non aveva mai violato la legge, a comportarsi così? Insomma, qual era il movente. Venne fuori che Bacchetti accusava la vittima di essersi approfittato, non avendogli riconosciuto quanto gli spettava per la compravendita di alcuni giovani talenti del calcio, che lui amorevolmente curava per conto di una società dilettantistica cittadina. La difesa fu incentrata sull'alto valore morale che aveva determinato l'omicidio, difesa che risparmiò a Bacchetti l'ergastolo. Non è poco che ad una pena, anche la più lunga, ci sia comunque una fine, evitando di leggere, sul foglio matricola del detenuto, quelle tre parole che uccidono la speranza: “Fine pena: mai”.
Ciò che lo caratterizzava era proprio…il carattere. Battagliero, fiero del suo ruolo a difesa della libertà, irriducibile, a volte aggressivo, anche in udienza, quando credeva fino in fondo nella bontà della causa che difendeva: ma anche capace di sdrammatizzare, poi. Emblematico, in tal senso, l’episodio di quella Camera di Consiglio del 1982. Dieci giorni prima Lino aveva difeso dall’accusa di ricettazione un antiquario. Il Tribunale, Diez presidente, con Turel e Paviotti giudici a latere, aveva appioppato quattro anni di reclusione. Quel giorno Lino Comand se li ritrova davanti, nella stessa composizione: è lì per chiedere un rinvio, che non gli negano. Saluti, cordialità, tutto come al solito. Lino sorride e se ne va, ma giunto alla porta, si ferma, si gira, li guarda e prorompe in una battuta, che insieme relativizza quella condanna di dieci giorni prima, dimostra il rapporto di confidenza che allora vigeva tra giudici e avvocati, ma evidenzia anche come non abbia mollato, né intenda mollare, avendo sempre fisso il pensiero alla difesa del cliente: “ Quattro anni? Quattro anni all’inferno passerete!”. Si gira verso la porta ed esce. Gli altri non hanno il tempo di replicare. Più tardi berranno un caffè al bar del Tribunale. Era fatto così.
Anche con i colleghi era una peste, come quella volta a Trieste, in Corte d’Appello. Era il ’76: Le ore passano, si avvicina mezzogiorno e Lino chiede al Presidente (senza chiedere permesso a nessuno dei colleghi che erano lì come lui dalle nove del mattino) se può discutere “due minuti” il suo appello. Un’ora e mezza. Arriva l’ora della sospensione prandiale ed il presidente rinvia alle 15 per le repliche “finte”, che consentiranno alla Corte di redigere la sentenza dopo aver mangiato qualcosa. Tra i presenti, vi è l’autorevole, e già avanti con gli anni, avvocato Vittorino Marpillero, padre del nostro collega Marco, il quale, dal fondo dell’aula, sbotta ad alta voce: “Comand, vergognati! Non devi permetterti…”. Lino, allora, ad alta voce anche lui (campo, questo, nel quale non aveva molti rivali): “Marpillero!” e, rivolto al presidente: “Lo scusi, cosa vuole, intemperanze giovanili…”. Andarono a pranzo assieme, ovviamente, lui e Marpillero.
Bel tipo di avvocato, vero? Lino, però, non è solo avvocato: è anche un politico, un amministratore, un protagonista della vita pubblica. Intendiamoci, lui è sempre e soprattutto se stesso: le sue radici, la sua storia personale, il suo carattere e, soprattutto, i suoi valori. Lo è in ogni cosa che fa.
Il suo impegno inizia con l’adesione alla FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani) per tutto il percorso universitario. Parteciperà nell’immediato dopoguerra, avendo come punto di riferimento don Sturzo, alla costituzione in Friuli del partito della Democrazia Cristiana, per la quale diventerà consigliere comunale nel 1955 a Mortegliano, paese di cui sarà sindaco dal 1960 al 1967. Per capirne il carattere, uguale anche in politica, val la pena ricordare come divenne sindaco. Racconta un suo amico e collaboratore di quegli anni, che Lino ci riuscì con uno dei classici blitz di stampo democristiano. Era stato capogruppo in consiglio comunale del suo partito fino al 1960, nel periodo in cui a capo del Comune c’era un tale Gattesco, al contempo sindaco e sagrestano (muini, par furlan). Insomma, un po’ “muini” (con tutto il rispetto per questo nobilissimo mestiere), Gattesco lo era anche dell’amministrazione, nel senso che si limitava a gestire l’ordinario, attento a rispettare il motto, coniato dai gesuiti, del “questa non movere et mota quetare”. Il partito aveva confermato Gattesco alla carica di sindaco, ma Lino riuscì a formare ed imporre una lista completamente nuova di candidati al Consiglio comunale. Questi, una volta eletti, elessero lui, ovviamente. Volarono scintille, intervenne la chiesa, come sempre, a mettere pace e tutto si acquietò. Che sindaco fu? L’unica entrata in bilancio allora era l’imposta di famiglia, tassa sul tenore di vita. Gli agricoltori e gli artigiani, categorie che contavano parecchio ed erano serbatoio naturale di voti per il partito della D.C., non volevano avventure (così chiamavano gli investimenti finalizzati a migliorare ed ammodernare il paese) per il timore di pagare più tasse. Morale: il Comune era paralizzato, fermo, immobile. Lino scalpitava per dare uno scossone ad una situazione che era agli antipodi delle sue idee. E ci riuscì.. Storie d’altri tempi, nei quali nella D.C. ci si chiamava “amici”, come in altri partiti ci si chiamava “compagni”, ma si aveva sempre un coltello puntato alle spalle. Comand fu sindaco per sette anni a Mortegliano. Lasciò per gli impegni professionali e gli altri incarichi politici che gli erano stati affidati, così si disse.
La ragione di quelle dimissioni, però, stava anche, se non di più, negli equilibri interni alla D.C. provinciale. La sorte di un sindaco era in mano al partito. Anche nel partito, non si era intruppato in una delle due correnti maggioritarie: dorotei (divenuti poi morotei) di Comelli e forzanovisti di Toros. Lui aveva scelto la corrente della Base, quella più a sinistra, quella dei professorini, quella degli elaboratori di scenari politici nuovi. Lo avevano portato a quella scelta i rapporti giovanili, l’orientamento culturale e la necessità di mantener fede a quell’idea che è meglio essere i primi in Gallia che i secondi a Roma. Così ebbe bottega in proprio, anche in politica, ma faticò sempre a trovare un adeguato spazio politico tra i due maggiori correntoni.
Ci piace ricordare una battuta che Titti Valentinis, colui che ha aperto anni fa questa galleria di antenati illustri, gli rivolse una sera d’estate, fuori dal Contarena. C’erano Vittorino Meloni, allora direttore del Messaggero Veneto, Mario Toros, all’epoca Ministro del Lavoro, un ragazzetto di Palazzolo dello Stella, poco più che ventenne, che si chiamava Adriano Biasutti, un tal Marcolini, titolare assieme alle sorelle di un negozio di scarpe in via Mercatovecchio, che si dedicava al ruolo di consigliere politico di Toros, di Franco Castiglione, di Candolini e tanti altri, che lo ascoltavano sempre con simpatia. Ebbene, passò di lì, come tante altre volte, il nostro Lino. Saluti, sorrisi, battute, finché il capo della corrente di Base alzò qualche vibrata protesta contro coloro che, nel suo partito, badavano all’appartenenza correntizia, anziché alle qualità delle persone a cui affidare ruoli pubblici. Era così, solo che allora sembrava naturale. Ora pare sia diverso. Dicono. Per farla breve, il Titti, con fare molto amichevole, cercò di spiegargli il problema. “Per avere uno spazio politico” esordì “bisogna moltiplicare la base per l’altezza”. E concluse, alludendo al fatto che Lino non era un gigante, dal punto di vista della statura, sussurrandogli:”Tu la base ce l’hai…”. Lino scoppio a ridere divertito e ordinò da bere per tutta la brigata.
Le qualità principali di Comand politico? Innanzitutto di essere un tribuno, uno che affascinava, incantava, strappava applausi anche da chi avrebbe poi votato per un’altra corrente. Aveva una capacità di capire uomini e cose, da consentirgli - come avrebbe potuto e forse dovuto – di diventare sindaco di Udine, o parlamentare. Diede uno scossone al grigiore del suo paese. E uno scossone lo diede al suo partito ed alla politica provinciale. Spesso pagò per l’esiguità della sua corrente, ma ancor più per la mancanza di un po’ di quelle arti diplomatiche di tipo curiale, necessarie allora nel suo partito più che in ogni altro. E sì che lui della Curia udinese curò molte questioni legali, a titolo assolutamente gratuito, ricavandone il nome di “avvocato di Dio”, che induceva molti parroci ad inviargli quei fedeli che avevano qualche problema legale da risolvere.
Per completare il Comand politico, ricordiamo come dal 1970 al 1985 venne eletto consigliere comunale di Udine. Mollò, purtroppo, proprio nel 1985, non ricandidandosi: pochi mesi dopo Angelo Candolini, rieletto sindaco, morì. Probabilmente sarebbe stato eletto lui al suo posto, ma mancò quell’appuntamento. Dal 1982 al 1994 fu presidente del Consorzio Universitario, carica che aveva ampiamente meritato, essendo stato tra i primi promotori della sua istituzione sin dai primi anni ’70: vi profuse capacità ed energia, come al suo solito. Altri numerosi incarichi gli vennero assegnati, altri li rifiutò, compresa la candidatura al Parlamento nel 1972.
Diede impulso, negli anni 90, alla costituzione dell’associazione degli ex allievi del Liceo Stellini, di cui fu presidente fino al 2002 e, da quella data, presidente onorario.
Ebbe in sorte dalla vita tante soddisfazioni e tante gioie, ma anche tante pene e tanti dolori. Dal suo matrimonio con Lucilda nacquero ben sette figli. Due di essi, Michela e Daniele, lo precedettero nel viaggio da cui non si ritorna: dolore più grande per un genitore non c’è. Gli altri cinque, Emanuela e Stefano – nostri valorosi colleghi – e poi Delfina, Paola e Maria, quando l’hanno accompagnato alla chiesa del Tempio Ossario, hanno avuto, nel dolore, assieme a Lucilda Comand, loro straordinaria madre, almeno la consolazione di quella folla immensa che era venuta a salutarlo.
E’ morto il primo di aprile di questo 2010, all’età di 84 anni. Quel pomeriggio dei funerali, così lo ha salutato Piero Zanfagnini, ex Presidente dell’Ordine, collega, cavalleresco avversario politico ed amico personale: “Sei stato uno dei migliori, un uomo probo e generoso soprattutto nei confronti dei giovani colleghi. Non potevi non essere uomo di parte, perché dovevi difendere, uscendo dalla trincea e rischiando le pallottole, pur di difendere il tuo assistito”.
Da un po’ non lo si vedeva, né lo si sentiva: l’ultima volta fu qualche anno fa, nel marzo 2005, quando gli venne consegnato dai colleghi il riconoscimento della Toga d’Oro. Pronunciò soltanto, alla fine della cerimonia, questa breve frase: “Ho trascorso la mia vita a parlare, ora devo solo ringraziarvi”.
Grazie a te da parte di tutti noi, Lino.