Nino Orlandi
Come eravamo
Fatalità e coscienza
ALBERTO COSATTINI ( 1916 – 2010 )
Nel corso di una delle sue settimanali conversazioni televisive con Indro Montanelli, l’incolpevole padre di Lapo chiese al grande giornalista toscano dove avesse acquistato quella giacca di tweed, che era solito indossare durante quegli incontri: giacca che il bell'Alain da sempre gli invidiava. Ne cercava da anni una simile, proseguì, ma non era riuscito a trovarla da nessuna parte. Gli rispose, il brillante toscanaccio di Fucecchio, che non ricordava più in quale parte del mondo l’avesse scovata: quel che contava tuttavia, aggiunse, non era il luogo, ma il tempo. Poco importava, insomma, se quel capo l’avesse comperato a Londra, o magari a Donegal, la patria irlandese del tweed, oppure in un negozio di Roma, o di Firenze, o di chissà dove: quel che era determinante era il quando. Cioè a dire, quanti anni prima. Non meno di venti, per fare di una giacca di tweed una vera giacca di tweed, nella quale le lane pregiate, di diversi colori e sfumature, dialogando tra loro, finiscono per imitarsi, confondersi, divenire un tutt’uno, assumendo una tonalità di colore che non si trova in natura. E non meno di vent’anni perché la giacca, domata, piegata dalla volontà e dai capricci del proprietario, adattandosi sfinita alle sue forme, misure e posture, divenga la sua giacca di tweed.
Montanelli virava sui colori della terra: Alberto Cosattini lo superava, almeno sotto questo aspetto, in quanto prediligeva i grigi.
Nasce a Udine il 3 giugno 1916. Qui abiterà – tranne alcune parentesi dovute agli studi, alla guerra ed all’impegno politico - fino al 14 gennaio di quest’anno 2010. Soleva dire che, avesse dovuto scegliere un altro luogo in cui trascorrere la sua vita, avrebbe scelto lo Yorkshire. Ma anche qui, tutto sommato, si sentì a suo agio.
Una cosa ci preme dire prima delle altre, mentre ci accingiamo a raccontare quel po' che conosciamo della sua straordinaria vita: che fu lui, avvocato e friulano, il primo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (il Letta di quei tempi, per intenderci) nel primo Governo insediatosi dopo la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del fascismo. A ventinove anni, Alberto Cosattini funge da segretario e redige i verbali delle riunioni del Governo di unità nazionale, presieduto dal principale esponente del Partito d’Azione, Ferruccio Parri, sospinto a Roma da quello che allora si chiamava il “Vento del Nord”. A quel primo Governo partecipavano tutti i partiti che, uniti nel CNL, avevano combattuto fino a pochi giorni prima la dittatura fascista ed i tedeschi che avevano occupato l'Italia.
Durò sei mesi quell’avventura, dal giugno al dicembre del 1945, quando Parri – finita la spinta propulsiva della Lotta di Liberazione, ridimensionato il peso politico del movimento partigiano e ritornata la prosa a prendere il posto che era stato provvisoriamente occupato dai sogni e dalla poesia - dovette lasciare il passo ad altri. Anche per Cosattini un periodo indimenticabile si avviava alla fine.
Tutti i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri che si sono succeduti dal 1945 ad oggi, una volta cessato il loro incarico, hanno finito per diventare ministri nel governo, o nei governi successivi: tutti, tranne lui. E tranne, guarda caso, un altro friulano, come lui avvocato: l’onorevole Pier Giorgio Bressani, sottosegretario del Governo Cossiga dall’aprile all’ottobre 1980. Insomma, un po’ come per quel Padre della Chiesa, l'aquilejese Rufino Turano, di cui abbiamo parlato un po' di tempo fa: il solo che non viene fatto santo. La storia per i friulani si ripete sempre uguale.
Giovanni Cosattini, il padre di Alberto, anche lui avvocato, fu eletto senatore nelle liste del Partito Socialista nel 1919 e rimase in carica fino al 1925. Sarà poi eletto nel 1945 all’Assemblea Costituente e rieletto poi come senatore nel 1948. Giovanni, oltre agli impegni romani, fu primo sindaco di Udine dopo la fine della guerra: carica a cui venne eletto, si potrebbe dire, naturalmente. E' da lui che Alberto apprende gli ideali a cui ispirerà tutta la sua vita. Sarà in famiglia che imparerà la capacità di resistere, di non piegarsi, di affrontare senza paura le difficoltà della vita.
Incomincia presto, a dire il vero: ha solo dieci anni quando una ventina di squadristi in camicia nera, passando da una terrazza al primo piano, fanno irruzione una sera nella casa di via Cairoli 4, dove abita con i genitori ed i fratelli, e la devastano, rompendo, spaccando, gettando perfino torce incendiarie sotto i letti. Alberto assiste terrorizzato a quello scempio: ancor più spaventato, è da credere, dato che il padre quella sera, temendo evidentemente a ragione qualche agguato, non si trovava in casa. La decisione di lasciare Udine è inevitabile: Venezia e poi, dal 1930, Trieste.
Come racconta nel suo delizioso libro “Fatalità e coscienza”, pubblicato nel 2008 (sì, avete letto bene, nel
Nel
Quell’estate a Ginevra lo mette in contatto con un mondo aperto e cosmopolita. Accade così che alcuni amici inglesi, l’anno successivo, lo invitano a Londra. E’ l’estate in cui finalmente si gode la laurea, conseguita ovviamente a pieni voti, con una tesi discussa con il professor Santoro Passatelli. Il periodo, tuttavia, è carico di eventi ben poco rassicuranti. Hitler ha da poco annesso l’Austria al Reich, la guerra di Spagna si è appena conclusa, lasciando uno strscico di odi, di rancori e di morte, è già scoppiato il problema dei Sudeti. Alberto, suo malgrado, deve lasciare prima del tempo l’Inghilterra, preoccupato per il concreto rischio di venire internato, come straniero e nemico, nel caso scoppi quella guerra che è già nell’aria.
E' ancora il caso che lo porta ad arrivare con il treno del ritorno a Monaco di Baviera proprio il 28 settembre del 1938. Sempre il caso lo porta a trovare posto in un albergo che si trova a lato della stazione ferroviaria. E' da lì, dalla finestra della stanza di quella camera d’albergo, che Alberto, due ore dopo il suo arrivo, vedrà scendere dal treno, uno dopo l’altro, Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier, i capi cioè dei governi tedesco, italiano, inglese e francese, le potenze europee del momento.
Come era prevedibile, nel 1939 iniziano le ostilità: nel giugno del 1940 anche l'Italia entra in guerra, al fianco della Germania di Hitler. Alberto, che ha prestato servizio militare come ufficiale di complemento nell’ Ottavo Reggimento Alpini fino al maggio 1940, viene richiamato nel dicembre e spedito col suo reparto in Albania, in prima linea. Le pesanti perdite e le pessime condizioni di vita avevano già depresso non poco la truppa, che si esprime con lui con la voce di un caporal maggiore piemontese, che gli ripeteva spesso: “Siur tenènt, ch’al tegna cunt el batòcio, chè la sunada l’è longa”. Tanto per dire come gli Alpini siano sempre stati tanto pronti al sacrificio, quanto immuni dai pericoli della retorica e dell'imbecillità. E come lui, in quel corpo, si trovasse in una sorta di luogo naturale.
Anche in Albania Alberto incontra la benevolenza del caso. Una prima volta, quando rientra da una licenza ed apprende che, solo due giorni prima, il suo reparto aveva subito un attacco nemico, subendo gravi perdite. Una seconda, quando una pallottola gli attraversa la schiena, passando a un millimetro dalla spina dorsale, infilandosi nello spazio limitato che divide due apofisi spinose, senza ledere le vertebre.
Rimpatriato, presterà servizio a Udine, alla caserma Di Prampero, come capo dell’Ufficio Legale e Disciplina, prendendosi anche lì una bella soddisfazione. Riesce infatti a far rimettere in libertà un alpino, che aveva lanciato un calamaio contro un ritratto del Duce. Quando, un paio di giorni dopo l’8 settembre, i tedeschi circondano la caserma, riesce a fuggire in tempo ed a unirsi ai primi gruppi di partigiani.
Anche come partigiano la sorte gli è favorevole. Il 30 dicembre del ’43 viene inviato a Venezia per consegnare, tra le altre cose, degli opuscoli di propaganda del Partito d’Azione al professore Zanon Dal Bo. Alberto suona alla porta ma, invece del professore, arrestato il giorno prima, gli apre un brigatista nero in divisa, che gli chiede chi cerchi lì. Disinvolto, il Nostro risponde che cerca il professore, per una ricerca che ha in corso all’Università di Trieste, alla quale si era in realtà iscritto, Facoltà di Scienze politiche. Gli cercano addosso armi, che non ha, lo tengono chiuso in una stanza fino a sera, ma non si accorgono degli opuscoli. Tanto meno, per fortuna, gli trovano un foglietto con informazioni assai delicate, che fa riesce a far sparire, divorandolo di nascosto. Insomma, lo rimandano a casa e poco manca che gli facciano anche le scuse.
La famiglia si è intanto risistemata a Udine, nella vecchia casa di via Cairoli. Il 27 febbraio del 1944, Alberto vede per l’ultima volta - è il suo compleanno - il fratello Luigi. “Gigi” allora abita a Trieste, dove ha un incarico di diritto civile all’Università. Quel giorno il fratello gli racconta dei contatti avuti con il giurista Piero Calamandrei e di quelli che tiene con Aldo Capitini, docente di filosofia a Perugia, e con Norberto Bobbio. Subito dopo la colazione, Luigi deve ripartire, ha fretta: non sa che all’uscita lo aspettano i tedeschi, che se lo portano via. Alberto non lo rivedrà mai più. Saprà poi che è stato deportato a Buchenwald, nient'altro, nemmeno dove sia stato sepolto.
Brutta aria anche per lui: se ne va così a Torino, dalla sorella Giovanna. Nel maggio del '44 lo raggiunge la chiamata di Fermo Solari: “Devi andare a Milano" gli chiede "per aiutare Ferruccio Parri come segretario di fiducia”. Pochi giorni ed è a Milano, a disposizione di Ferruccio, come lo chiama lui, nei suoi ricordi. Anche a Milano la fortuna lo assiste in più occasioni, raccontate poi da lui con sorridente distacco. Arriva la fine dell'aprile del ’45 e finalmente anche quella guerra finisce. Giovanni, suo padre, viene eletto sindaco a Udine, mentre Alberto va a Roma, dove Parri lo vuole al suo fianco. Sarà Ugo
Novembre ‘45: l’avventura romana è finita. In quei pochi mesi Alberto Cosattini ha avuto modo di incontrare tanti politici importanti, di guardare da vicino tanti eventi che hanno segnato la storia del nostro paese e del mondo. Tra gli incontri che ricorda con più piacere è quello con Couve de Murville, allora ambasciatore francese in Italia e, di lì a pochi anni, Presidente del Consiglio nel suo paese. Quanto agli avvenimenti di cui fu testimone, sono talmente tanti, che rimandiamo al suo delizioso libretto.
Parri, quando il suo governo sta per cadere, gli propone di iniziare la carriera diplomatica, partendo da un incarico prestigioso presso l’Ambasciata italiana di Wasghinton. Ventinove anni, la padronanza delle lingue, dell’inglese in particolare, una brillante carriera davanti, una vita nuova e certamente interessante. Prevalgono però gli affetti familiari, la coscienza che gli impone di stare vicino ai genitori, che ormai non sperano più nel ritorno dell’altro figlio. Anche le sorelle se ne sono andate, sposate l’una a Roma, l’altra a Torino. E poi c’è lo studio legale del padre, chiamato a reggere le sorti della città, che è rimasto pressoché abbandonato. Il caso, da una parte, come dicevamo, la coscienza, dall’altra. Quella volta la coscienza fu determinante: tornò a Udine, dai suoi, e si dedicò da allora alla professione.
A quarantacinque anni ancora il caso, o la fatalità che dir si voglia, lo porta ad accettare l’invito ad una crociera nel Mediterraneo, che gli rivolgono due amici e colleghi, di cui abbiamo già parlato su queste nostre colonne, Paolo Solimbergo e Toni Sartoretti. E’ in quell'occasione che incontra colei che, dopo pochi mesi, diventerà sua moglie. Graziella Iacchìa gli darà presto due figli: Giovanna, la nostra collega, un anno dopo, e Dido, cioè Luigi Andrea, oggi avvocato a Bologna, dopo un altro paio d’anni.
Dal 1946, per oltre sessant’anni, Alberto Cosattini si dedicherà alla professione, in particolare nel campo del diritto civile. La sua attività nel campo del diritto industriale e dei rapporti commerciali internazionali sarà di grande aiuto a molte aziende friulane, che potranno incrementare la loro attività, facendosi assistere da lui nella stipula di importanti contratti per la fornitura dei loro prodotti all’estero ed, in particolare, negli USA e nei paesi dell’America latina. Eppure Cosattini, che nel 1947 viene insignito della Medaglia d’Argento al Valore della Resistenza, troverà il modo, lui che pure il penale lo aveva frequentato poco, di assistere nel 1976 nel processo contro uno dei principali responsabili, la parte civile Luisa Deganutti, sorella di Cecilia, una delle vittime della Risiera di San Sabba, il solo campo di sterminio attivato dai tedeschi sul territorio italiano. E riuscirà, in un altro processo memorabile, a far riavere agli emigranti della Val Pesarina quella Casa del Popolo che era stata costruita con le loro rimesse dall’estero, frutto dei loro sacrifici.
Non fu mai lontano dall’impegno culturale, né da quello che politico. Fu consigliere comunale di Udine per il Partito Socialista Italiano e per trent’anni è riconfermato alla Presidenza dell’Università Popolare. In tale veste, riuscirà a portare a Udine i nomi più prestigiosa della cultura italiana, in particolare umanistica. E' suo il merito della donazione alla Galleria di Arte Moderna della nostra città della “Collezione Astaldi”, che ne rappresenta ancora il fondo più significativo.
Viene insignito, in una cerimonia indimenticabile, della Toga d’Oro, da parte del Consiglio del suo Ordine. Non fu un riconoscimento limitato al suo impegno professionale, ma anche alla sua coerenza nei difendere quei valori etici, culturali e politici che, anche a rischio della vita, hanno sempre ispirato le sue scelte, così come avevano ispirato quelle di suo padre Giovanni e di suo fratello Luigi.
La sua scelta di campo - netta, decisa, coraggiosa – di stare dalla parte della libertà, della democrazia, dei più deboli, non comportò mai per lui la rinuncia ad uno stile, che era anche un modo di essere e di pensare. La misura, la discrezione, l’eleganza sobria, il tono di voce basso e per questo ancora più autorevole, certo: ma anche lo sport - fosse il tennis, le arrampicate, o lo sci da fondo – ed il bridge, praticato fino al matrimonio. E la casa a Cortina, dove amava ritirarsi a dicembre e durante l’estate. E le cose belle, i libri, la musica. E gli amici con cui conversare.
Chic, come si diceva una volta da noi ed ancora si dice in Francia. E radicale nelle scelte politiche. Aggettivi, questi – radicale e chic – che rimasero in lui ben separati. Un signore, insomma, amante della democrazia e della libertà. Un avvocato friulano, anche lui, di quelli che ci rendono orgogliosi, anche se non possiamo paragonarci a loro, di far parte di questo straordinario Ordine.