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Nino Orlandi

Come eravamo

Come Guerrino detto il Meschino

ERMA E PAOLINO

E’un po’ come quella storia strana, quella di “Guerrino, detto il Meschino”.
“Chi era costui?” si chiederà qualcuno - ma solo qualcuno, intendiamoci - tra i nostri coltissimi lettori. Non perché non lo sappia, ma perché se lo sarà dimenticato, dopo tanto tempo.
Beh, per quei pochissimi…

Cinquanta, o cent’anni fa, tutti sapevano chi fosse: tutti coloro che un libro, un romanzo insomma, ogni tanto almeno, avevano l’abitudine e la possibilità di leggerlo.
Tutti vi avrebbero risposto che il “Guerin Meschino” - come abitualmente e quasi familiarmente lo si chiamava – era un cavaliere. Un guerriero, insomma. Uno che, partendo da Otranto, città da cui la sua storia aveva inizio, aveva percorso uno strano cammino, che l’aveva portato, in cerca d’avventure, in giro per il mondo allora conosciuto. Che poi erano l’Europa, il Mediterraneo e le regioni del Vicino Oriente.
Anzi, a dire il vero, era giunto anche in regioni più esotiche, misteriose, sconosciute: come la volta che capitò nella terra del Prete Gianni.
Dietro a questo nome si nasconde, per alcuni, il capo della chiesa “nestoriana”, eresia cristiana diffusa ancora nell’Iraq; per altri l’imperatore d’Etiopia, che poi è anche il capo di quella chiesa cristiano-copta; per altri, infine, quel “Vecchio della Montagna”, che guidava, dalla rocca di Alamut, in Persia, la setta degli “assassini”, che ebbe numerose occasioni di scontro e di incontro con i Crociati ed i Templari in Terrasanta.
Insomma, un bel romanzone d’avventure. Intendendo con tale termine un intreccio quasi inestricabile di amori, guerre, passioni, tradimenti, pentimenti, fellonìe, agnizioni, pulzelle, tutori, eroi, traditori, sultani infidi, re fermissimi, principesse instabili, pretendenti svogliati, cavalieri erranti, e via dicendo.
L’autore è un tal Andrea da Barberino, di cui poco, o nulla si sa, tranne che è vissuto tra il Tre ed il Quattrocento ed era originario di Barberino, in Val D’Elsa. A lui è attribuito anche l’altro famoso romanzo popolare, “I Reali di Francia” che, con il primo, fu sempre in testa, o in “pulposiscion” nelle classifiche delle bancarelle dei librai. E nella gratitudine degli stessi che, grazie a questi due evergreen, sbarcavano un lunario spesso troppo generoso di lune nuove, o di falci sottili, ma quasi sempre molto avaro di lune piene.
Il particolare, che tutti allora ricordavano, oltre a quello del Prete Gianni, era che il Guerin Meschino era nobile, sì, e ne aveva la prova. Ma non sapeva chi fossero i suoi genitori: di qui l’appellativo di “meschino”, cioè povero, o poverino.
“Oh bella, questa!”, dirà qualcuno. “Come può mai esser certo di essere di nobile lignaggio qualcuno, i cui genitori – che necessariamente, affinché lo sia lui, nobili devono esserlo – nemmeno si sa chi siano?”. Non sta a noi rispondere. Neanche la ricordiamo più quella risposta, ad essere sinceri. Ma qualche segno, da qualche parte del corpo, o qualche oggetto rinvenuto accanto a lui bambino, ce l’avrà avuto. Oppure un accento, o un tic particolare, o chissà. Ma è così: chi non ci crede, vada a rileggersi quel libro.

E siamo arrivati a noi, finalmente. Che cavolo c’entra, ora, quell’attaccabrighe giramondo, nobile e spiantato, famoso e dimenticato, con questa rubrica?
C’entra, invece: o meglio, serve a rendere il concetto, l’idea.

C’entra, secondo noi, perché il nostro Guerrino è un po’ come il Friuli, o i Friulani.

Sente scorrere nelle sue vene la nobiltà di una stirpe antica, ma non conosce le proprie origini, le sue radici.

Il Guerin Meschino, tuttavia, di essere nobile quanto meno lo sa, ne è certo. I Friulani, al contrario, oltre a non conoscere le loro radici, di esser nobili nemmeno lo sanno. O non se lo ricordano.

Giunti alla seconda puntata, è giunto il momento di cominciare a ricordarglielo.

Le sorprese saranno molte, vedrete. E, per certi versi, straordinarie.

Quasi ci riuscivamo. No, non ad entrare in “zona Champions League”, né in “zona UEFA”, come bramano i cultori della Musa Eupalla. E come egregiamente riusciamo pur a fare oggi, anche se a molti sembra ancora un sogno. No, non si tratta di questo, o di cose del genere, normali in qualche modo.

No: molto, molto di più. Per esempio…nientemeno che riscire ad entrare nella Bibbia.

Sì, nella Bibbia, il libro più tradotto, diffuso e famoso di tutti i tempi. Ma non come personaggi, che per quello basta poco, in fondo, se ci son riusciti decine di popoli , certamente non molto meritevoli, né più meritevoli di noi. No: nella Bibbia, ma come autori.

Si sa, il vero autore dell’Antico e del Nuovo Testamento non è altri che Dio stesso, che si serve degli uomini, o li “ispira”, come si dice. Questa la dottrina della Chiesa e, per quanto riguarda l’Antico Testamento, anche degli Ebrei.

Così, sono stati inseriti nel “Canone” quei libri che, come i Salmi, il Genesi, i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, o l’Apocalisse, si considerano ispirati, scritti sotto dettatura, o quasi, del Padreterno Le selezioni sono state sempre durissime. Frotte di Vangeli Apocrifi, il Libro di Enoch e tanti, tanti altri, non sono stati nemmeno ammessi, o sono stati bocciati dopo un esame severo, o magari squalificati, dopo un primo avvio promettente.

II° secolo: più esattamente il 140 d.C. L’impero è al suo apice e non si intravedono ancora i segni di quella crisi che si affaccerà solo due o tre secoli più tardi.Adriano ha da poco finito di costruire quel “Vallo”, che segna a nord, poco sopra York, i limiti dell’impero in Britannia, tenendone fuori i “Picti”, cioè gli antenati dei clan scozzesi e di Braveheart. Imperatore è il saggio Antonino, detto il Pio: pio in senso pagano, ovviamente.E Pio è anche il nome del papa dell’epoca. Il primo a portare questo nome è un Aquilejese, come riferisce il “Liber Pontificalis”, poi proclamato santo. Pio I°, insomma. E veniva da queste parti. Bella soddisfazione, ma nulla di straordinario, fin qui, dato il prestigio di cui godeva la sua diocesi di provenienza.
La notizia davvero straordinaria è che Erma, il fratello del papa, santo anche lui (si festeggia il 31 di maggio) compose in quei primi tempi cristiani un’opera che gli stessi Ireneo, famoso vescovo di Lione, Tertulliano, primo “apologeta” e fondatore della letteratura cristiana, ed Origene, teologo e Padre della Chiesa, considerarono ispirata e facente parte della Scrittura, cioè della Bibbia.
Nonostante il peso rilevante di tali “sponsors”, come li chiameremmo oggi, quell’opera, “Il Pastore”, non fu molto conosciuta in Occidente e finì, dopo un po’, nel dimenticatoio.
Antiche fonti riferiscono che poteva essere letta soltanto in privato, anche se Origene afferma che l'opera era letta anche in pubblico, in alcune chiese.
Perché non in pubblico? Vi ricordate quello che dicevamo, la volta scorsa, a proposito della particolarità della tradizione aquilejese, dei suoi legami con Alessandria, dei suoi evidenti rapporti con l’eresia gnostica, testimoniati dal mosaico dell’ala nord della basilica?
P
erché proprio Origene, Padre della Chiesa, ma anch’egli in odore di Gnosi, riferisce cose diverse? Il mistero sull’ascesa e caduta di Erma assume forse contorni meno imprecisi.
Della vita di Erma non si sa nulla. Né pare abbia molto credito l'ipotesi che quanto egli racconta, all'inizio del Pastore, sia autobiografico e non piuttosto una finzione letteraria.
“Il Pastore” è opera molto cono­sciuta e molto citata all’epoca: Ireneo, Clemente Alessan­drino, Origene, Tertulliano ed altri ne parlano infatti con larghezza nelle loro opere.
Non tratta di argomenti dog­matici, ma si prefigge di mettere in evidenza i mali morali che travagliavano la Chiesa e di additarne nella penitenza il rimedio.
La forma ricorda l’Apocalisse di Giovanni: genere a quel tempo assai diffuso, non solo in ambito cristiano.
Vi si immagina che un certo Erma, nell'an­dare verso Cuma, si addormenti e nel sonno si veda comparire davant la sua antica padrona, Rode, già de­funta, che lo rimprovera di un grave pec­cato e lo esorta a farne peni­tenza.
Sparita questa visione, ne appare un'altra: una vecchia matrona dalle vesti splendenti, immagine della Chiesa, che gli rimprovera la sua de­bolezza nell'educare i figli. E’ sempre lei che, in successive visioni, gli rivela come sulla Chiesa - torre edificata sulle acque del Battesimo e fondata sulla fede, la con­tinenza, la semplicità, la scienza, l'innocenza, la castità e la carità - stia per abbattersi una tre­menda persecuzione. E che da questa si potrà sfuggire solo facendo di tutto cuore opere di penitenza.
Per ultimo, appare ad Erma l'angelo della pe­nitenza in abito da pastore – di qui il titolo dell’opera - che gli ordina di raccogliere i Mandati - o Precetti - e le Similitudini, che gli verrà esponendo, in un libro, di cui una copia avrebbe dovuto consegnare al pontefice.
Per questi accenni profetici, non solo i citati contemporanei, ma alcuni studiosi hanno considerato e considerano ancora il Pastore espres­sione di un dono carismatico.
I precetti sono dodici e nel loro insieme for­mano un compendio della morale cristiana, con­siderando i doveri verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi. Doveri che riguardano la fede, il timor di Dio, la semplicità, l'amore della verità, la ca­stità anche nello stato matrimoniale, la longani­mità e la prudenza.
Il libro si inizia con l'esposizione delle cin­que Visioni che precedettero e quasi prepararo­no gli ammaestramenti dell'angelo della peniten­za.
Alle Visioni ed ai Precetti seguono dieci Simi­litudini che per la loro forma ricordano un po' le parabole del Vangelo e che tendono a meglio chiarire gli insegnamenti precedentemente im­partiti.
La Chiesa in quanto società organizzata, assu­me nel Pastore un grande rilievo, ed ecclesiastici e laici vi sono largamente rappre­sentati, donde un quadro schietto e vivo della co­munità cristiana di quei primi decenni.
Ma torniamo all’autore: un contributo decisivo è stato portato dal cosiddetto Frammento Muratoriano, scritto a Roma pochi decenni dopo il Pastore, che Ludovico Antonio Muratori rinvenne in un codice della Biblioteca Ambrosiana e pub­blicò nel 1740.
Da questo frammento, che fornisce il più an­tico uso del termine “Chiesa cattolica” nel sen­so di vera Chiesa universale, in opposizione alle chiese minoritarie, o eretiche, si rileva nel modo più chiaro che Erma fu, come dicevamo, il fratello del vescovo di Roma Pio I. E che il Pastore fu scritto tra il 140 ed il 154 circa, durante il suo pontificato.
Dal frammento emergono, però, già i primi scricchiolii sul futuro dell’opera: la stessa, insomma, seb­bene utile a leggersi, non era tuttavia annoverata tra gli scritti dei Profeti e degli Apostoli.
La testimonianza del Frammento Muratoria­no è confermata dal Catalogo Liberiano del 354, che riferisce come, sotto l'episcopato di Pio I, il fratello di lui, Ermas, avesse scritto un libro, in cui è contenuto il deposito di insegnamenti che gli diede un an­gelo venuto a lui in sembianza di Pastore.
Frammenti del Pastore, in lingua greca, so­no conservati in papiri del II-III secolo, conser­vati nell'Università di Michigan. Gran parte dell'opera è conservata, sempre in greco, in un codice rinvenuto nel monastero di Santa Caterina, sul monte Sinai ed ora conservato al British Museum di Londra. Una versione latina, che si trova in Germania a Karlsruhe, risale al II secolo.
Insomma, non sarà entrato nella Bibbia come autore, il povero Erma, ma non c’è entrata nemmeno gente più famosa di lui. Se Dio non l’ha ispirato, insomma, non è certamente colpa sua. L’essere giunto, nonostante ciò, a ridosso di un risultato come quello - di aver avuto, diremmo oggi, la “nominescion” - sta a confermare ancor più il suo valore.
Che poi, per quanto ci interessa, è il valore, il peso culturale, religioso e politico, il prestigio di cui gode Aquileja a quel tempo.
Non stupisce, allora, che proprio da Aquileja venga la figura nientemeno che di un Padre della Chiesa, come Rufino, di cui abbiamo parlato già. Né ci stupisce che, dopo che l’Impero di Roma era caduto sotto il peso della sua storia ed i colpi dei nuovi invasori; dopo che per quasi quattro secoli i vandali, gli unni, i goti, i bizantini, i longobardi, lo avevano percorso e devastato; dopo che guerre, carestie, epidemie avevano decimato la popolazione: non stupisce, dicevamo, che colui il quale si propone di rifondarlo, in qualche modo, chiami a dare il proprio importante contributo un altro Friulano.
Siamo a cavallo tra l’ottavo ed il nono secolo. Carlo Magno, re dei Franchi, dopo aver unificato il suo popolo, conquistato l’Italia sconfiggendo i Longobardi, convertito i Sassoni a forza di decapitazioni di massa, inizia a coltivare il sogno di quella che si chiamerà “renovatio imperii”.
Insomma, dopo che nel Natale dell’anno 800 a Roma Papa Leone III°, quasi a tradimento, lo aveva cinto con la corona imperiale, il sovrano franco si pone l’obbiettivo di ridare vita alla lingua, alla cultura, alla tradizione imperiale romana.
Un paio di colti e letterati, oltre che pii, monaci irlandesi, pochi anni prima dell’800 eran capitati alla sua corte ed erano stati da lui dirottati ad insegnare in quella che sarebbe divenuta la “Schola Palatina”.
Di uno di essi sappiamo il nome, Dungal, mentre dell’altro possiamo solo immaginarlo.
Conosciamo invece, e molto bene, i nomi degli altri sapienti che Carlo chiamò alla sua corte: oltre a Paolino, Alcuino di York, il franco Angilberto e, proveniente dalla Spagna visigota, da poco occupata dagli arabi, Teodulfo.
Tra essi, dicevamo, vi è anche Paolino d’Aquileja (in realtà da Cividale, dato che la capitale politica e religiosa era stata già trasferita nella città ducale).
Paolino è una delle personalità più eminenti della cultura e della spiritualità di quest’epoca. Caratteristica fondamentale dell’epoca carolingia è lo stretto legame tra cultura e fede, tra conoscenza intellettuale e religione cristiana. Gli intellettuali carolingi ereditano un patrimonio di sapienza antica, tardo romana diremmo noi, e ne fanno uno strumento per la riflessione e per l’approfondimento della fede cristiana.
Da una parte vi è un ritorno all’apprendimento del latino e della cultura greca, romana e patristica: insomma, quello che oggi chiameremmo riacculturazione.
Dall’altra questa sapienza si applica alla conoscenza di fede, con un processo di inculturazione, termine anch’esso moderno, ma che esprime bene questo intento che fu proprio degli intellettuali carolingi.
Paolino seguirà proprio questo metodo, frutto della sua esperienza alla corte di Aquisgrana.
Paolino è di Cividale, dicevamo. Qualcuno dice di Premariacco, ma cambia poco.
Dopo l’occupazione franca del ducato del Friuli, diviene amico di Carlo Magno, che lo chiama alla scuola palatina.
Nel 787 Carlo, alla morte del patriarca di Aquileja, nomina l’amico a quella carica.
Qui, Paolino opera per la riforma della chiesa che gli è stata affidata. Gli atti del concilio di Cividale mostrano il suo impegno nell’affermare la fede nella Trinità e nell’Incarnazione, pilastri dell’ortodossia cattolica.
Si adopera attivamente anche nel combattere l’eresia adozionista, ancora ben presente all’epoca, la quale affermava che Cristo non era stato da sempre figlio del Padre, ma ne era stato, per l’appunto, “adottato” come tale al momento del battesimo sul Giordano.
Partecipa anche al Concilio di Ratisbona del 792 e di Francoforte quattro anni dopo. I suoi scritti polemici contro gli adozionisti ne fecero un campione dell’ortodossia.
Paolino non fu solo questo. Poeta colto, sensibile e raffinato, compone diversi Carmina a carattere sacro e si interessa allo sviluppo del canto liturgico, una tradizione già ben presente nella città.
Compone inni liturgici, per quella liturgia aquilejese che è fonte in parte anche dell’attuale rito ambrosiano, con un legame più spiccato verso i riti della chiesa orientale, come abbiamo detto parlando dei rapporti con Alessandria d’Egitto.
La sua attività di patriarca riveste un ruolo importante nel Friuli negli anni cruciali del passaggio dalla dominazione longobarda a quella carolingia (787-802). La sua opera si inserisce nel quadro della cultura e della politica carolingia, come abbiamo visto
Paolino ha avuto solo la sfortuna, se così si può dire, di non diventare abbastanza famoso, perché nella sua epoca, alla scuola palatina, ebbe vicini Alcuino e Carlo Magno, passati nella memoria storica popolare come i più eminenti rappresentanti culturali dell’epoca. Non di meno la sua opera di rafforzamento del patriarcato friulano, che guarda verso gli attuali territori austriaci e cechi, fu importante se non altro perché ottenne da Carlo Magno e Pipino un diploma per la libera elezione del patriarca. Anche nel futuro.
E’ di Paolino uno dei prodotti più straordinari della cultura religiosa, e non solo, di ogni tempo e di ogni latitudine.
Parliamo dell’inno Ubi caritas, che si cantava nella liturgia del Giovedì Santo, ancor oggi intonato da tutta la comunità cattolica, con il titolo Dov’è carità e amore.
Eccone il testo originale.

Ubi caritas et amor, Deus ibi est.
Congregavit nos in unum Christi amor.
Exsultemus, et in ipso jucundemur.
Timeamus, et amemus Deum vivum.
Et ex corde diligamus nos sincero.
Simul ergo cum in unum congregamur:
Ne nos mente dividamur caveamus.
Cessent jurgia maligna, cessent lites.
Et in medio nostri sit Christus Deus.
Simul quoque cum beatis videamus.
Glorianter vultum tuum, Christe Deus:
Gaudium, quod est immensum, atque probum,
Saecula per infinita saeculorum. Amen.

Insomma, non è vero soltanto che dove c’è Dio, lì c’é Amore : é vero anche il contrario.
Con quali conseguenze è facile intuire. E con quale apertura culturale alla base, tutto il contrario del fanatismo, del settarismo e dell’intolleranza, ci si stupisce di constatare in un autore collocato in un tempo così lontano da noi.
Questi aquilejesi, questi cividalesi, questi Friulani, insomma, non finiscono di stupirci.
Ed abbiamo appena cominciato.