Nino Orlandi
Come eravamo
Un signore dell'altro secolo
ANTONIO SARTORETTI (1925-2004)
Quando 39 anni fa nacque il nosro collega Michele Sartoretti, suo padre, Toni, come lo chiameremo qui, perché così voleva e gli piaceva essere chiamato dagli amici, non era più un ragazzo.
Quarantaquattro anni di quella volta (era il 1969), erano, più o meno, come sessant’anni di oggi: anno più, anno meno.
Ci siamo abituati, a differenza di quanto avveniva quarant’anni fa, ad avere una percezione diversa delle età, del tempo e della vecchiaia. Allora non era così: una donna di cinquant’anni, che molto spesso oggi sprigiona femminilità e fascino più di quanto riuscisse, o lei stessa fosse consapevole, quando di anni ne aveva venti o trenta di meno, dicevamo, una cinquantenne era aprioristicamente, automaticamente, inesorabilmente considerata “vecchia”. Accadeva, insomma, quello che qualcuna di recente ha detto: diveniva “trasparente”. Nel senso che gli sguardi degli uomini non si fermavano più su di lei, non si posavano sul suo viso, o sul suo corpo, ma la attraversavano, senza mostrare di averla vista, come se non esistesse. O non esistesse più. O non esistesse più come donna.
Per gli uomini, pur in una società di un maschilismo ancora dominante, tronfio, incolto e molto spesso rivoltante, le cose erano ben poco diverse, sotto questo aspetto. Passata l’età “canonica” dei trenta, massimo quarant’anni, si entrava nella categoria dei “vecchi” o, se andava bene, delle persone - così venivano definite o si definivano - di mezza età. Certo, non valeva per tutti, se Charlie Chaplin, per fare un esempio, aveva avuto l’ultimo dei suoi figli a ottant’anni. Ma era pur sempre l’eccezione, che confermava una regola inesorabile.
Non che fosse solo questione di condizioni di vita, o di altri elementi oggettivi che inducessero ad un invecchiamento più rapido; né di limiti, quarant’anni fa ben più accentuati, della medicina e della prevenzione delle malattie e dell’invecchiamento.
Certo, anche questo: ma il dato era soprattutto, come dire, culturale.
Passati i quaranta un uomo si comportava, si vestiva, tendeva a pensare e a comportarsi da vecchio, o come se lo fosse: rapido abbandono delle abitudini giovanili, vestiti scuri, serate al caffè con gli amici, magari per giocare alle carte o al biliardo, e via dicendo.
Questo lungo discorso, per dire che quando nacque Michele, secondo i canoni dell’epoca, suo padre era, per non far giri di parole, un vecchio. Eppure…
Ci perdonerà se parliamo di lui, ma è sufficiente conoscerlo, anche solo un po’, averlo visto arrivare qualche mattina in tribunale, con il suo passo inconfondibile e la spinta delle caviglie ad ogni passo verso l’alto, che lo fa avanzare come quegli adolescenti che sembran sempre recarsi al loro primo appuntamento, per rimanere colpiti dalla sua serenità, dal suo sorriso, dal suo modo aperto e gioioso di andare incontro alle giornate, agli incontri che riservano, agli altri.
Già, vien da chiedersi, ma allora chi era suo padre? Che tipo d’uomo, di avvocato, di padre?
Ci proveremo, cercheremo di rispondere a noi stessi, prima ancora che ai nostri venticinque lettori.
Antonio Sartoretti nasce a Udine l’8 luglio del 1925.
Suo padre, Michele, è uno dei più valorosi penalisti friulani di quel tempo. Avessimo tempo e spazio, parleremmo diffusamente anche di questo straordinario ingegno che ebbe i suoi natali proprio qui, in questa città così prodiga, come dicevamo in altre occasioni, di straordinari cultori e protagonisti del diritto. Ci limiteremo a ricordare il fascino della sua voce, il cui ricordo ancora non si è perso nella memoria della nostra cara Resi, la toga d’oro che ce ne ha parlato con accenti tra l’incantato ed il nostalgico pochi giorni fa. Una voce che riuscì, insieme alle argomentazioni logiche e giuridiche, frutto dello studio e dell’ingegno, a convincere - tanto per dirne una - una corte d’assise severa, quanto lo erano le corti d’assise di cinquanta o sessant’anni fa, che l’autore di un omicidio, al momento di commettere il fatto, fosse momentaneamente e quasi totalmente incapace di intendere e di volere. E che riuscì ad evitargli, così, sia l’ergastolo, sia – esito non meno drammatico e afflittivo - l’internamento in un manicomio criminale.
Frequentato il liceo classico della città, il mitico Stellini, Toni sceglie di iscriversi a giurisprudenza, per proseguire una tradizione che evidentemente lo aveva affascinato. E si laurea – ovviamente, verrebbe da dire - con il massimo dei voti e la lode. E’ il luglio del 1948 e subito inizia la pratica con il padre, nello studio di via Gorghi. E’ lì, in quelle stanze, che Toni vive un contatto ancor più intenso e profondo con il padre grazie alla comune attività professionale. E’ lì che vede trasformarsi la naturale ammirazione di un figlio, in una sorta di venerazione. E’ lì, soprattutto, quando il padre, che come tutti gli avvocati, dopo tanti anni di attività, non riesce più a stupirsi dei casi e degli uomini che gli si parano davanti, comincia a delegargli sempre di più il rapporto con i clienti: è lì, dicevamo, che Toni sviluppa la sua più grande attitudine, la sua più innata passione, la sua più naturale inclinazione. Che è, poi, quella di stare in mezzo alla gente: ed alla gente semplice, in particolare.
Non fece mai distinzioni di ceto o basate su criteri, come dire, di convenienza. Quelli che gli piacevano di più erano i semplici: la gente sincera, autentica, immediata. Rifuggiva i presuntuosi e gli ambiziosi, tra i colleghi, ed i bugiardi, i reticenti, gli ambigui tra i clienti e gli altri.
I tempi sono cambiati, è vero, cosicché molto spesso l’atteggiamento del cliente nei confronti dell’avvocato è ora molto più guardingo, a volte prevenuto, sempre, o quasi sempre, pronto a mutarsi in conflittuale. Allora non era così: l’autorevolezza di un avvocato, come quella di un giudice, di un farmacista, o di un medico, lo dispensava dal stipulare gravose polizze di assicurazione per responsabilità professionale, o dal ricorrere ad un collega per difendersi dalle cause promosse contro di lui dai clienti.
Erano gli anni in cui, molto più numerosi di adesso - quasi non se ne vedono più - venivano disposti i famosi “sopralluoghi”. Erano soprattutto i pretori, specie nelle cause possessorie, o in quelle di regolamento di confini, che disponevano che l’Ufficio si “portasse” sui luoghi, per prendere cognizione diretta dello stato degli stessi. Questa la ragione apparente. Quella sostanziale era il desiderio, da aprile a ottobre, di marinare le polverose stanze dalle pareti gialline dove si celebravano i millenari riti pretorili. Desiderio che era, in primis, di molti brillanti giudici, che univano al dilettevole anche l’utile di rendersi conto personalmente delle cose, di pesare le persone, e di far risparmiare alle parti i gravosi oneri di una perizia.
Desiderio entusiasticamente condiviso dalla generalità degli avvocati, che avevano modo, sì, di far vedere ai clienti che avevano portato lì niente meno che il giudice per prendersi cura di loro e per riparare i torti che avevano subito; ma anche di intrattenersi poi, con il giudice, il collega avversario e le parti, quasi sempre riconciliate, anche se quasi sempre con un po’ di fatica. Di intrattenersi, dicevamo, bevendo un bicchiere, più spesso due, talvolta tre, di quel vino offerto da una delle parti ed assaggiando un salame, più spesso due, talvolta tre, fornito dall’altra. Né mai ostava a tal fine l’orario, fissato sempre accuratamente dal giudice, tenendo conto, sì, delle esigenze della giustizia, ma anche di quelle, per così dire, gastronomiche.
In queste occasioni, Toni era perfettamente a suo agio: rapporto con i clienti, buonsenso ed esperienza elargiti con frasi semplici a gente semplice, soddisfazione del palato, compagnia dei colleghi, molto spesso anche amici, così come i giudici.
Capitava anche che qualche cliente, memore della visita così ricevuta e grato per aver risolto il suo problema, lo invitasse allorchè, ai primi di dicembre, veniva ucciso il maiale. Non diceva mai di no, quando poteva, perché andarci non era fare un favore solo a chi lo invitava, ma un piacere vero.
La sua passione per il cibo, forse meglio per la tavola, intesa come comprensiva delle pietanze e della compagnia degli amici, era assoluta ed incrollabile. Anche in quelle circostanze manifestava il suo amore per le cose semplici, dei cibi semplici, tutto il contrario di quella cucina raffinata e pretenziosa che spesso fa il paio con le persone più bisognose di rappresentarsi per quello che non sono. Era capace di cose incredibili.
Accadde che una sera , dopo aver finito di cenare a casa con i suoi, e di cenare sul serio, squillò il telefono. Aveva dimenticato l’invito di qualcuno: l’ospite, preoccupato per il ritardo, aveva chiamato per informarsi se fosse successo qualcosa.
Neanche una piega, o, come direbbe Enzo Iannacci, neanche un plissé: si scusò prontamente per il ritardo, adducendo quell’imprecisato “disguido” che, con il suo mistero, ha salvato, salva e salverà ancora milioni di amicizie, di affetti e di matrimoni, si era prontamente scusato per il ritardo ed era partito immediatamente per quella cena. Il bello di questo episodio viene ora: non saltò una sola portata, e si era concesso anche i suoi soliti bis. Magari anche un po’per fugare il sospetto che quel “disguido” fosse una dimenticanza, ma certamente con la consueta soddisfazione.
Insomma, un uomo semplice: o meglio, dai gusti semplici. Intendiamoci, la sua famiglia non lo aveva certo dotato di mezzi economici modesti, o insufficienti, ma questa circostanza non è certo decisiva per spiegare la sua mancanza di ambizione economica, rispetto alla professione.
L’avvocatura era per lui una passione e come tale la viveva. La considerava il compito che gli era stato assegnato a questo mondo: stare tra la gente, di aiutare quelli che ricorrevano a lui perché ne avevano bisogno. Tutto questo a prescindere dalla circostanza, non decisiva, che chi si rivolgeva a lui avesse o meno la possibilità di pagare. Non che non si facesse corrispondere il giusto da chi poteva e doveva: questo certamente no.
Se qualcuno, però, gli esponeva, oltre al problema giuridico, anche la sua indigenza, accettava ugualmente l’incarico e trasformava, in quelle occasioni, una professione spesso ingiustamente bistrattata, in una missione. Ci si perdoni il vocabolo un po’ “ancien regime” ma non ne troviamo un altro. Insomma, andava fiero di quell’appellativo di “avvocato dei poveri”, che si era guadagnato con il suo comportamento.
Capitò un giorno che qualcuno bussasse alla porta dello studio e che Michele, il figlio, andasse ad aprire. Era una coppia di giovani, che portava con sé un bambino, chiaramente disagiata. Chiesero dell’avvocato Sartoretti. All’ingenua domanda di Michele, su come fossero arrivati lì e chi li avesse indirizzati a quello studio, risposero, con assoluta naturalezza e semplicità, che sapevano, avevano sentito dire che chi aveva bisogno di un avvocato, ma non aveva soldi sufficienti per permetterselo, doveva andare da Toni Sartoretti. Inutile dire che trovarono la solita pronta e naturale accoglienza.
Laureato nel 1948, dicevamo, ed avvocato dal 15 aprile 1950. No, non si tratta di un errore di stampa: riuscì a superare dapprima gli esami di procuratore e successivamente quelli, che ben pochi sostenevano, di avvocato, in meno di due anni dalla laurea. Non si comportò come tutti naturalmente all’epoca erano soliti fare: superare gli esami di procuratore e, dopo quattro anni, per decorso dei termini, richiedere l’iscrizione all’albo degli avvocati. Tanto semplice, quanto preparato, profondo e motivato.
Quando era scoppiata la guerra, era troppo giovane per venire arruolato. Poi, quando i bombardamenti cominciarono a colpire la città, Toni, che nel frattempo si era iscritto all’università, operò nelle squadre di soccorso che intervenivano per soccorrere la popolazione dopo i bombardamenti.
Oltre che dalla guerra, se l’era cavata anche da un incidente stradale che l’aveva ridotto in fin di vita. Lo avevano dato, anzi, addirittura per morto, ma riuscì a riprendersi ugualmente, dopo lunghissime cure, e subendone a lungo pesanti conseguenze. Questo tuttavia, non mutò in nulla il suo carattere, non turbò la sua serenità, non fece venir meno in lui la voglia di continuare a sorridere.
Quell’atteggiamento sereno, bonario e saggio lo conservò sempre, fino alla fine. Negli ultimi anni, quando ormai poco o nulla riusciva a stupirlo, lo si vedeva spesso in tribunale, con la borsa e qualche cliente a disputarsi il privilegio di portargliela. Nelle aule penali, non metteva mai all’incasso il diritto, concessogli dall’età, dall’esperienza e dal rispetto dei colleghi e dei giudici, di far chiamare prima il suo processo. Sedeva, anzi, spesso fra il pubblico, si guardava intorno con gli occhi chiari di ragazzo che caratterizzavano il suo viso e dopo un po’ li socchiudeva. Anzi, li chiudeva proprio, tanto che pareva si fosse appisolato e che l’età lo estraniasse dal luogo in cui si trovava. Quella di socchiudere gli occhi, o di chiuderli addirittura, era un’abitudine che lo caratterizzava, tanto che spesso l’imputato, suo cliente, che gli sedeva a fianco, pareva preoccuparsi, o si preoccupava davvero, che il suo avvocato ci fosse davvero.
Bastava una risposta di un testimone che non lo convincesse, o una frase, un’argomentazione, una considerazione del pubblico ministero che non condividesse, o lo contrariasse, per capire che non era così. Se ne accorgevano, dalle parole con cui sbottava subito o replicava più tardi, sia il cliente, sia il testimone, sia il pubblico ministero.
Bonario, dicevamo. Al punto tale che, in quei processi a querela di parte, spesso con querele reciproche, riusciva ad indurre sia il proprio cliente, sia l’avversario, cliente o avvocato che fosse, a trovare un accordo e a rimettere le querele, contagiando gli altri con la sua natura positiva.
Fece parte per ben ventiquattro anni, dal 1972 al 1996, del consiglio dell’ordine degli avvocati e procuratori di Udine. Fu lui a decidere, a settant’anni, di non candidarsi più, altrimenti sarebbe stato sicuramente rieletto, fino alla fine.
Toni Sartoretti faceva parte di quel consiglio, come dire, naturalmente. Come si poteva non votare per lui?
Non fu solo in quella sede che ebbe modo di far conoscere ed apprezzare le sue doti di equilibrio, di correttezza e di signorilità, ma anche in altri consessi.Un incarico, che amava in modo particolare, era quello di membro della commissione disciplinare del settore dilettanti della Federazione Italiana Gioco Calcio, presieduta dall’allora cancelliere dirigente del tribunale di Udine dottor Colle, nel cui incarico subentrò alla fine.
Fu anche, dagli anni sessanta, fino all’acquisizione dell’istituto da parte del Credito Romagnolo, membro del collegio sindacale e poi del consiglio di amministrazione della Banca del Friuli.
Ma i luoghi in cui si trovava meglio erano la sua casa e il suo studio, il suo vero affetto la famiglia, le persone con cui stava più volentieri e a cui dedicava la maggior parte del suo tempo, i colleghi ed i collaboratori dello studio.
E’ in quello studio che sono cresciuti tanti di noi: il compianto Sergio Bertossi, Pier Luigi Pressacco, Paolo Burelli, Augusto Pittoritto, Clara Mascherin e Andrea Bonato Fabris, che gli è rimasto accanto fino alla fine, oltre al figlio Michele.
Per conoscere il carattere di una persona, la sua natura più profonda, si dice che bisogna parlare con chi gli è stato vicino ogni giorno, se gli è stato vicino. Cristina Cois, assunta come segretaria nei primi anni settanta, non ancora diciottenne, e rimasta alle sue dipendenze fino al giorno in cui morì, potrebbe meglio di chiunque altro raccontarvi chi fosse Toni Sartoretti. Meglio di chiunque altro potrebbe raccontarvi quegli esempi di educazione, di correttezza e di sobrietà che facevano di lui un signore: ma un signore di un altro secolo, già allora, nel secolo scorso.
La sobrietà, dicevamo. Quando nel 1961 morì il padre Michele, la sua innata modestia lo aveva portato a ridurre lo spazio dell’immobile destinato a studio, riservando per sé le tre stanze più remote dell’unità, e lasciando le altre ai collaboratori. Solo nel 1973 dovette riportare lo studio alle dimensioni originarie, dato che gli spazi non erano più sufficienti, per l’aumento costante nella mole di lavoro, che era naturale conseguenza delle sue capacità e delle sue qualità morali.
Eppure, non misurava l’andamento delle annate dal “fatturato”, di cui si curava poco o punto. No, il suo indicatore era un altro: il numero di regali che riceveva dai clienti a Natale. Erano quei panettoni, quei formaggi, quei salumi, quelle ceste piene di dolci e di vasetti pieni di delizie gastronomiche, quelle bottiglie di vino, che gli davano la soddisfazione più profonda: quella della riconoscenza e dell’affetto delle persone che aveva aiutato.
Coniugato con Laura de Rosignoli, che anche, per un breve periodo, esercitò la attività forense, ne ha avuto tre figli: Paola, astrofisica; Roberta, farmacista e, infine, Michele, di cui abbiamo parlato già.
Il suo legame con i suoi familiari era profondo, naturale, pieno di affetto, come era nella sua natura e nella sua educazione.
I suoi amici più cari sono stati il compianto Paolo Solimbergo e l’ingegner Domenico Taverna. Con quest'ultimo frequentò tutti gli anni delle scuole medie e del liceo: o, come si diceva allora, dalla prima ginnnasio, alla terza liceo. E a Meni, come lo chiamava lui, rimase legato da un'amicizia che durò fino alla fine.
Pochi fra i colleghi non si consideravano suoi amici, così come pochi, anche lui, non li considerava tali.
Con qualche collega, ci sia consentito ricordare, specie quando la differenza d'età era notevole, il suo atteggiamento a volte era, o sfiorava, quello paterno. Nel senso che, trovandosi a discutere una causa contro un giovane, magari pieno di entusiasmo, ma carente di esperienza, si lasciava a volte sfuggire qualche parola confidenziale, sottovoce, che se non era un consiglio, inteso ad impedirgli di commettere un errore grossolano, o ad evitare una dimenticanza, magari banale, poco ci mancava.
Quanto bene gli volesse la gente, quanto gli amici, quanto i colleghi, quanto, e ancor più, i familiari e quelli che gli erano stati più vicini, lo si capì quel giorno di aprile del 2004. Fu quando Toni si prese la toga sotto il braccio ed andò a difendere qualcuno in difficoltà, per questioni ancora più gravi ed importanti di quelle per le quali aveva difeso tutti coloro che avevano avuto bisogno di lui, davanti ai nostri tribunali di uomini, alle nostre povere commissioni disciplinari.
Anche là qualcuno forse sperava si fosse addormentato, ma se n’è certamente accorto da un bel po’…