Nino Orlandi
Come eravamo
Sotto ciò che appare
ALLA RICERCA DELLE NOSTRE RADICI
Strana gente: timida, diffidente, avara d’effusioni, diceva Tiziano Tessitori.
Italiana, sì, ma – come dire – un po’ diversa. Diversità che è stata sentita troppo a lungo come un peso, o una sorta di condizione di inferiorità. Una sofferenza.
Da un po’ di tempo pare non sia così: e che il contrario di “normale”, per il Friuli, non sia più una parola greve, o penalizzante, ma piuttosto qualcosa come “speciale”, se non - perché no? - “eccezionale”.
Come lo è la notizia “giunta poco in redazione” che fu il Friuli la sede del primo parlamento d’Europa. Vent’anni prima di quello inglese, finora da tutti considerato il più antico.
Non vi sembra il caso di andare a vedere un po’ più da vicino cosa succedeva, un tempo, da queste parti? Magari non scopriremo nulla di altrettanto singolare, anche se non è detto. Di certo, tuttavia, sapremo meglio chi siamo, da dove veniamo e, forse, anche dove stiamo andando.
Ripercorrendo la galleria di quegli avvocati friulani che hanno fatto della nostra rubrica “Come eravamo” una sorta di albero genealogico, o di “catalogo delle navi”, ci siamo accorti un po’ alla volta, con un compiacimento crescente, una puntata dopo l’altra, che le figure rilevanti, interessanti, o in qualche modo originali, da noi, in questo Foro, non sono certamente mancate.
Per non parlare di altri giuristi friulani, quali il professor Asquini, o l’avv. Carnelutti, veri giganti del diritto del secolo scorso, per affrontare il ricordo dei quali ci stiamo da tempo preparando, con i polsi che tremano per l’emozione e per il timore che la fatica sia, per noi, troppo ardua.
Udine non è certo una metropoli. Ed il Friuli è una regione che ha una popolazione pari, se non inferiore, a certi quartieri di Roma, o di Milano. Ci è sorto il dubbio che ci sia qualcosa di speciale, qui da noi, e ci siamo chiesti quale possa esserne la ragione.
Insomma, da dove arriverà questo genio particolare per il diritto?
Dicevamo che Udine non è una città di grandi dimensioni: ma capitale lo è stata. Di uno stato.
Sì, proprio così: di uno stato che, oltre al “Friuli” vero e proprio, cioè i territori delle province di Udine, Pordenone e Gorizia, comprendeva un territorio che va fino a Zagabria, alla Carinzia, al Cadore e di lì fino ad alcune regioni dell’alta Lombardia.
Questo stato, lo sapete, fu il Patriarcato d’Aquileja.
Ma vi è di più. Proprio il Friuli, per chi non lo sapesse, è stato la sede del primo parlamento della storia d’Europa: il Parlamento della Patria del Friuli.
Quando Giovanni Senza Terra, re d’Inghilterra, travolto dai Francesi nel 1214 nella domenica di Bouvines, concesse l’anno successivo ai suoi baroni la “Magna Charta Libertatum”, qui da noi, già da vent’anni, si riuniva il nostro Parlamento. Con la differenza, per di più, rispetto a quello inglese, che, mentre quello poteva solamente vietare al sovrano di imporre nuove tasse senza il suo consenso, il nostro era investito di poteri generali per l’amministrazione dello stato.
Originariamente era composto da 30 rappresentanti della nobiltà, 14 del clero e 16 delle comunità locali. Solo i contadini (sotàns) non avevano diritto ad alcun rappresentante.
Il Parlamento era il massimo organismo deliberante e consultivo di cui potesse avvalersi il Patriarca che lo presiedeva. Era anche chiamato Colloquium Generale e si riuniva secondo le necessità del momento nella sede posta sul colle del castello di Udine. Teneva, tuttavia, anche sedute, per così dire, itineranti, in quanto le riunioni avvenivano di volta in volta nelle città più importanti del Patriarcato. La lingua ufficiale era il latino, anche se la più parlata era quella tedesca.
Cos’è un parlamento?
Non è forse un luogo nel quale si confrontano tesi contrapposte?
Non è forse un luogo, o una condizione, in cui chi è chiamato ad esprimere le proprie idee, lo può fare liberamente, coperto dall’immunità rispetto agli altri poteri?
Non vi ricorda qualcosa? Non è un po’ come il processo, inteso come duello regolato dalle norme ed i cui attori sono protetti dal “diritto di toga?”
Ed il Foro non è forse, per i Romani antichi, il luogo dove si amministrano ad un tempo lo Stato e la giustizia? E magari anche l’economia – “forum” vuol dire anche mercato - anche se questo è un argomento sdrucciolevole, che è meglio rinviamo ad altre occasioni.
Tornando al Parlamento della Patria del Friuli, quell’organismo prevedeva, come abbiamo visto, una rappresentanza anche dei comuni, non soltanto dei nobili e del clero. Ed anche questo, per quei tempo, non era certo usuale.
La vita di quella grande istituzione si protrasse per oltre sei secoli, mantenuta in vita persino sotto la dominazione veneziana, anche se in parte svuotata di potere: si riunirà infatti per l'ultima volta nel 1805 e sarà abolita solo da Napoleone Bonaparte.
Ecco, quindi, forse una prima traccia da seguire, per andare, come dire, alla ricerca delle radici nostre. Tante altre, ce ne sono: un po’ alla volta, proveremo ad esplorarle.
Un’altra particolarità, che ci ricorda qualcosa di “nostro” è il canto “patriarchino” o aquilejese”. Qui, a differenza che altrove, il canto liturgico dei Cristiani era a “cori contrapposti”, maschile e femminile. Insomma, una liturgia, come dire, dialettica, o dialogica. E certamente più vivace, oltre che, per chi la conosce, più arcaica e suggestiva. Solo qui, ad Alessandria d’Egitto e nella Chiesa copta d’Etiopia, pure istituita, come la nostra, da quella alessandrina.
Di queste parti era Rufino: unico Padre della Chiesa che non sia stato proclamato santo. Sì, l’unico.
Perché mai questo strano trattamento? Chi era questo Rufino? E cosa c’entra con noi?
Rufino era nato nel 345 d. C. a Concordia Sagittaria, che era come dire Aquileja: stessa regione dell’Impero, prima, stesso Patriarcato, poi. E stessa tradizione. Ora è Veneto, mandamento di Portogruaro: eppure - non è un caso - a Concordia la gente si esprime ancora in friulano.
L’inciampo, per Rufino, fu, per dir così, quello di essere un po’ troppo “aquilejese”: friulano insomma, verrebbe da dire, anche se il termine viene qui usato ante-litteram.Friulano, o aquilejese: ma in che senso? Nel senso che Rufino, che proprio ad Aquileja, con l’altro Padre della Chiesa, san Girolamo, aveva compiuto i suoi studi, difese le tesi teologiche di Origene, teologo e filosofo alessandrino, che lui stesso aveva tradotto dal greco, anche dopo le pronunce di alcuni concili, che le avevano giudicate eretiche, o in odore di eresia.
Figurarsi se Rufino, aquilejese, può piegarsi a chi gli chiede di rinnegare il suo maestro! No, nemmeno se chi cerca di imporglielo è proprio Girolamo, il traduttore in latino della Bibbia (la “Vulgata”), il vecchio amico, il dalmata arrivato ad Aquileja, come lui, per studiare alla scuola del vescovo Cromazio.
Rufino dapprima si difende dalle accuse e dagli insulti: poi tace, scrolla le spalle e se ne va. In Oriente. Lì studierà, insegnerà, fonderà un convento femminile a Gerusalemme. Finirà per ritornare a morire in un’Italia, dove i Vandali e gli Unni già avevano fatto le prove generali della caduta dell’Impero.
Alla sua morte, tanto per dire quale fosse divenuto lo stato dei rapporti tra i due “Padri della Chiesa”, Gerolamo dirà di lui: “Finalmente è stata schiacciata la testa dell’idra”. In vita, peraltro, già gli aveva riservato epiteti, non meno gentili, quali “scorpione”, “asino” e “canaglia”.
Rufino era consapevole della particolarità della Chiesa aquilejese. A differenza delle altre, infatti, compresa quella romana, quella aquilejese non era stata fondata, istituita e orientata da san Paolo, ma dai cristiani, per meglio dire, dagli ebrei cristianizzati, di Alessandria d’Egitto. Ed in particolare da Marco, l’evangelista, discepolo prediletto di Pietro. Questa è la ragione di tante diversità nei riti, nella liturgia, nel canto. E persino nel Credo aquilejese, leggermente diverso da quello romano.
Qui, infatti, quel “descendit ad inferos”, che non si trova nel Credo delle altre Chiese paoline, sta a indicare la discesa di Cristo agli inferi, cioè nel luogo dove, secondo la tradizione ebraica, aspettavano di essere salvati e portati in cielo i giusti dell’Antico Testamento: ebrei, appunto.
Qui, per poter riposare il sabato, gli ebrei divenuti cristiani, senza rinunciare però alla loro tradizione, inventano una santa che non è mai esistita: Santa Sabata.
Cinquant’anni fa don Guglielmo Biasutti fece un censimento delle ancone, capitelli e cappelle dedicate alla santa, elencandone 18: a S. Margherita del Gruagno, Spilimbergo, Pozzo di S. Giorgio della Richinvelda, S. Vito al Tagliamento, Gleris di S. Vito, Gorgo di Latisana, Fraforeano di Ronchis, S. Giorgio al Tagliamento, Goricizza, S. Andrat del Cormor, Porpetto, Risano, Ontagnano, Colloredo di Montalbano, Azzano Decimo, Sesto al Reghena, Chions, Mengora di Volzana. Altre “sante Sabide” si trovavano in una fascia ad est del Friuli, dalla Slovenia all’Istria. Di recente, in base alle ancor vive memorie tramandate, sono state aggiunte Fratta di Fossalta, Pradipozzo e Summaga, tutte località del portogruarese.
Qui, fino al XVIII secolo continuano ad arrivare rimproveri contro l’abitudine dei rustici di riposare il sabato, anziché la domenica, da parte del Patriarcato di Venezia (che poi sarebbe quello di Grado, “deportato” a casa loro dai veneziani: ma questa è un’altra storia).
Sì, la Chiesa di Aquileja viene istituita proprio da ebrei cristianizzati di Alessandria, che portano, oltre alla loro fede, anche l’arte della lavorazione del vetro, di cui al Museo di Aquileja trovate una ricca esposizione. Arte, questa, che poi da qui viene portata su quell’altra isola della Laguna, Murano, i cui vetri sono le ultime propaggini di quella tradizione.
Portano anche una lettura del Vangelo un po’ particolare, un po’, diciamo così, gnostica: non è un caso che il mosaico del pavimento dell’ala nord della Basilica di Aquileia sia una perfetta rappresentazione di quella “Pistis Sofia”, che altro non è che un testo della “gnosi” cristiana, scritto in ambiente alessandrino. Testo che poi venne, come si sa, dichiarato eretico.
Insomma, come vedete, si cominciò subito bene, per dir così, sotto il profilo che ci importa. Se eretico (dal greco “airesis” = scelta) significa “colui che sceglie, che prende una posizione”, tante cose si spiegano, anche per noi, molto più agevolmente.
Alessandria era la patria di Origene, oltre che la città più colta e raffinata dell’Impero. Persino più di Roma e di Costantinopoli. Questa la ragione per cui il Patriarca di Aquileja non si preoccupava più di tanto di quel che pensasse il Patriarca di Roma, che ancora non si faceva chiamare Papa. Né era ancora passato per la testa a nessuno di attribuirgli un primato sugli altri, né tanto meno il dono dell’infallibilità. Anche per questo Rufino tira diritto, di fronte alle feroci critiche di Girolamo.
Chi abbia conosciuto pre’ Checo Placereani, mitico professore di filosofia e poi di religione al Liceo Jacopo Stellini, avrà forse capito come lo stampo di quel tipo di uomini sia piuttosto antico, da queste parti. Coraggio, insomma, nel difendere la propria identità e le proprie ragioni: fu così che nel 554, per dirne una, il Patriarca di Aquileja e quello di Milano si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall'imperatore Giustiniano (sì, un imperatore, non un vescovo, né un’altra autorità spirituale) dei testi nestoriani, noti come Tre Capitoli, dando inizio ad uno scisma.
Non stupirà, allora, più di tanto, sapere che i friulani accompagnarono l’Imperatore Enrico IV a Canossa, proprio quando l’imperatore era caduto in disgrazia, essendo stato scomunicato dal Papa. Né stupirà che il Patriarca di Aquileja, Sigeardo, lo abbia dapprima “ri-comunicato”, senza il placet papale, lo abbia accompagnato a Canossa e, soprattutto, che lo abbia poi scortato fino a quel passo di Monte Croce Carnico, con i suoi soldati, al fine di proteggerlo da quei vassalli che, delusi dalla riconciliazione tra Papa e Imperatore, mal si acconciavano a ritornargli fedeli.
Fu per la lealtà di Sigeardo che il 3 aprile 1077 Enrico IV concede al Patriarca di Aquileja la giurisdizione, cioè il potere per così dire temporale sul Friuli. E’ da questa antica fedeltà, da questa ostinata capacità di essere, per così dire, eretici, nel senso di avere il coraggio di scegliere, di prendere posizione, costi quel che costi, che nasce il Patriarcato di Aquileja. Non male, come base della coscienza di una identità friulana: non vi pare?
Il tutto nasce da un sostrato culturale ricco e composito, in cui l’evoluta e geometrica – anche nel diritto - cultura latina si innesta sulla sottostante base celtica, individualista, anarchica, creativa. Il calderone in cui il tutto si mescola viene arricchito, poi, dai sapori e dalle pietanze forti provenienti dal mondo germanico dei Goti prima, dei Longobardi poi ed infine dei Franchi.
Non stupirà quindi nemmeno che uno dei due maggiori intellettuali della corte di Carlo Magno, a cavallo tra l’ottavo ed il nono secolo, sia stato un altro friulano, Paolino d’Aquileja che, con Alcuino da York, fu il “maitre à penser” dell’Occidente cristiano, nel momento dell’inizio della sua rinascita con la creazione del Sacro Romano Impero.
Né stupiranno tante altre cose. Le radici stanno nascoste sotto terra, ma non è difficile ritrovarle, se si procede con pazienza, scavando sotto ciò cha appare.