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Nino Orlandi

Come eravamo

Un fenomeno più unico che raro

GIUSEPPE GIRARDINI (1856-1923)

Girardini fu un fenomeno più unico che raro in Friuli, dove il popolo è per indole timido, diffidente, avaro d’effusioni. Divenne l’idolo della plebe udinese, fino al punto che questa scese tumultuando a protestare nelle vie e nelle piazze, quando nel 1904 egli fu battuto in ballottaggio per soli 165 voti dal liberale Giuseppe Solimbergo”.
con queste parole un altro avvocato e uomo politico friulano, Tiziano Tessitori – che pure abbiamo ricordato in questa nostra rubrica – descrive la figura di Giuseppe Girardini il 26 luglio del 1966 sulle pagine del Messaggero Veneto.

Eppure Tessitori, cattolico, popolare e democristiano, ben poco aveva in comune con il collega radicale, laico e repubblicano. Quanto meno secondo le categorie dell’appartenenza politica, culturale e religiosa.
Ci vien da pensare, però, ed anche da dire – dato che dire ciò che si pensa è forse la forma più sana di follia – che, giunti ad una certa altezza, tutti gli spigoli della piramide, anche quelli opposti, finiscano per incontrarsi. E che i grandi uomini, pur magari combattendosi per tutta la vita, come “I duellanti” di quel film del ‘77 di Ridley Scott, finiscano poi, come Keith Carradine ed Harvey Keitel, per riconoscersi a vicenda onore, rango e valore. E non possano, alla fine, guardando il resto dell’umanità dall’altezza a cui li hanno portati le loro qualità, che rendersi a vicenda l’onore delle armi.

Come avvocato, Giuseppe Girardini ebbe modo di far parte, pur non essendo socialista, del collegio di difesa del direttore dell’ Avanti Enrico Ferri, querelato nel 1903 per diffamazione dal ministro della Marina, il viceammiraglio Giovanni Bettolo.
Ferri aveva iniziato dalle colonne del suo giornale una feroce campagna morale contro il ministro, che Ferri chiamava "corruttore e affarista", accusandolo di avere aumentato lo stipendio del presidente del Consiglio Superiore della Marina per indurlo ad approvare un contratto di fornitura di corazze per l'ammontare di 20 milioni con le Acciaierie di Terni.
La Terni (all'inizio concepita come statale, poi invece affidata proprio in quel periodo ad un gruppo di grossi capitalisti privati) si era specializzata esclusivamente nelle forniture di materiale bellico per le forze armate italiane. Era così divenuta, in pratica, unico fornitore dello Stato, e possedeva anche il monopolio delle corazzature delle navi.
Nonostante questi ingenti e lucrosi affari, proprio lo Stato contribuì a salvarla da una grossa crisi finanziari, causata da una gestione (privata e senza controllo) piuttosto irresponsabile, se non, usando un eufemismo, "allegra”.
Le gravi accuse (che erano poi di collusione con la Terni) destarono grande impressione nel paese. Due deputati, Ferri stesso e Santini, presentarono interpellanze alla Camera, dove il 20 maggio il ministro Bettolo si difese strenuamente da quelle che egli chiamò insinuazioni contro la propria invulnerabile onorabilità.
Ferri, tuttavia, insisteva con le sue accuse, chiamando Bettolo "divoratore di milioni" e lui rivolto al deputato socialista rivoluzionario, lo apostrofò: "Voi, nella mente, nel cuore e nell'azione, siete una ben misera cosa!".
Continuando sull'"Avanti!" la campagna morale, la Camera discusse se avviare un'inchiesta parlamentare; ma il 10 giugno 1903 il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, pur impegnandosi ad eseguire indagini accurate, respinse la proposta, che fu pure respinta dalla Camera con 188 voti contro 149.
In seguito a questa votazione l'11 giugno, Giolitti si dimise da ministro degli Interni, protestando che il Ministero non aveva più ragione di esistere poiché non operava le riforme promesse e si alienava l'appoggio delle Estreme. Anche Bettolo si dimise e, qualche giorno dopo tutto il Gabinetto entrò in crisi.
Sulla vicenda Bettolo, continuando Ferri ed attaccarlo, il ministro lo querelò per diffamazione. Difensore del Ferri furono, fra gli altri, gli onorevoli Altobelli, Cicciotti, Comandino e, per l’appunto, il nostro Girardini.

Questo per dire in quale temperie politica e culturale si fosse formato, operasse e fosse divenuto protagonista il nostro Girardini.
Poco importa che il processo, che destò l'interesse dell'intera nazione e terminato il 10 febbraio del 1904, si sia concluso con la affermazione di colpevolezza di Enrico Ferri per il delitto di diffamazione continuata a mezzo stampa e la sua condanna a quattordici mesi di reclusione, alla multa di 1516 lire, alle spese di giudizio ed al risarcimento dei danni. Né importa che la pena non sia mai stata scontata, dato che a noi di Ferri e di Bettolo, ad essere sinceri, più di un secolo dopo, importa poco o punto.

Importante è, invece, riprendersi la coscienza, la memoria, la paternità, come friulani e come avvocati di questo Foro, di figure che hanno travalicato i confini della nostra terra.
Basti rileggere il resoconto dei lavori della camera dei Deputati del 20 novembrre 1918, pochi giorni dopo la vittoria di Vittorio Veneto e la fine vittoriosa della guerra, conclusasi con la liberazione di Trento e Trieste e l’unificazione dell’Italia in un unico stato. “Il 20 novembre l'apertura della Camera è solenne…Sino dalle dieci del mattino le tribune si riempiono, comprese quelle dei senatori, dei diplomatici, e quella di corte.Alle 13 e 30 è ricolma anche l'aula. L'ingresso di Salandra, di Boselli e di Barzilai è salutato da calorose ovazioni. Un improvviso gelido silenzio accoglie l'ingresso di Giolitti. Nuove manifestazioni di entusiasmo si hanno all'ingresso dell'onorevole Girardini, di Udine. Alle 14 in punto entra il Presidente Marcora. Pochi istanti dopo, Orlando, seguito dai ministri. I deputati scoppiano in una clamorosa ovazione, alla quale si uniscono le tribune. Orlando, commosso, quasi sorpreso, pallido e sorridente, si ferma e si appoggia al banco del Governo. Un attimo. Poi si riprende e si reca al suo posto.Il Presidente Marcora apre la seduta con un breve discorso, nel quale richiama, commosso, la storia del Risorgimento, che ha coinciso con la sua lunga vita e che trova il suo compimento nella liberazione di Trento e Trieste. Richiama l'entusiasmo che ha pervaso l'Italia; rivolge un saluto al Re; ricorda il discorso con cui Orlando spinse alla resistenza; esalta l'eroico comportamento dei soldati e dei marinai; si inchina di fronte ai caduti, che si sono aggiunti agli eroi del Risorgimento e ora si uniscono al grido di: Viva l'Italia!".

Ecco, in un giorno così straordinario per l’Italia, in una seduta così solenne del Parlamento, il nome del nostro collega e concittadino spicca, nei termini riferiti dal cronista.
Insomma, si può essere friulani, ma non timidi, sommessi o sottomessi, chiusi e diffidenti. Non provinciali, insomma: nel senso di non intimiditi, spaventati dal mondo che ci sta intorno. E non imitatori, o tardi imitatori, di mode culturali, di costume, politiche, o letterarie altrui.

C’è chi dice, ad esempio, che chi abiti a New York, a Londra, o a Shangai, non sia un provinciale perché si trovi a vivere in quei luoghi, ma perché non si chiede, prima di scrivere o leggere un libro, di esprimere una critica, o di indossare un abito, come si comportino a Cremona, a Vigevano, o, si fa per dire, a Caporiacco. E che se quelli di Cremona, di Vigevano, o di Caporiacco, per non dire di Udine, non si chiedessero cosa pensino, dicano e facciano, o cosa penserebbero di loro, per l’appunto, a New York, Londra, Shangai, per non dire di Roma, non sarebbero dei provinciali nemmeno loro.

Girardini un provinciale non lo era per nulla.
Non fu, però, solo a questo tipo di impegno, politico e professionale, così prestigioso, che dedicò le sue energie.
I
l suo impegno fu vivo ed appassionato anche contro gli abusi di un odioso provvedimento, chiamato internamento, o soggiorno obbligato o, con un termine più crudo, confino o esilio, che segnò una delle pagi­ne più tristi e dolorose della storia del Friuli nella prima guerra mondiale, per le traversie che esso causò alle singole persone e ad intere famiglie.

E’ un istituto giuridico di cui si é fatto uso in tutti i tempi e presso tutte le nazioni, giustificato e sorretto da due forze che all’epoca taluno già, anticipando il Leonardo Sciascia delle ultime battaglie civili, coraggioso e fiero avversario dei “professionisti dell’antimafia”, definiva «repugnanti»: il sospetto e il segreto.

Sia la «cattolicissima Monarchia asburgi­ca» sia l’Italia «liberal - massonica» misero in atto gli internamenti per difendere “da qualsiasi potenziale insidia le proprie truppe operanti e in genere l’ordine pubblico”.
Potrà stupire, ma nella diocesi di Gorizia l’accusa di “austriacanti” rivolta ai sacerdoti si basava generalmente sul fatto d’esser essi aderenti o simpatizzanti del movimento politico e sociale di ispirazione popolare di monsignor Luigi Faidutti, all’epoca Preposito Capitolare di Gorizia, ma anche uomo politico assai influente dell’Austria asburgica. Era, infatti, come le era il poi Presidente del Consiglio italiano del secondo dopoguerra Alcide De Gasperi, deputato al parlamento della – per chi non lo sapesse – democratica e parlamentare Austria-Ungheria.
Moltissimi preti dell’Isontino avevano appoggiato, sostenuto e propagandato le attività sociali, cooperative e politiche di Faidutti. Solo per questo motivo nel 1915 erano stati definiti dalle autorità italiane «faiduttiani», il che significava esser collocati su posizioni anti-italiane, o, come si diceva allora, “austriacanti”.

A Gorizia non si faceva distinzione tra preti di nazionalità italiana e preti di nazionalità slovena: tutti, se “sospetti”, dovevano essere allontanati dalla zona di guerra. Con molta fantasia si ipotizzavano azioni di spionaggio a favore degli Austriaci, con segnalazioni dai campanili e misterio­si telefoni celati nei tabernacoli e nei confessionali e con l’ospitalità accordata nelle canoniche a soldati nemici.
Era ritenuta valida la tesi: meglio un inno­cente sospetto confinato che una ipotetica spia in territorio di guerra.

Al sospetto si accompagnava l’altra forza: il segreto. Mai si seppe in via ufficiale, nonostante le proteste degli esiliati, quali fossero i motivi dell’internamento all’infuori delle generiche e sus­surrate accuse di essere filo austriaci. Si trattava di persone di diversa estrazione sociale, generalmente professionisti, commercianti, imprenditori, impiegati.
Molti ricoprivano cari­che pubbliche: sindaci, consiglieri, assessori comunali, componenti di istituzioni (Congregazione di Carità, di assistenza, ecc.), consorzi, cooperative e banche.
Quasi tutti avevano tenuto sempre una condotta ineccepibile e fatto ampie professioni di italianità, lealtà dinastica e fedeltà alla Patria.
Le loro dichiarazioni esaltanti gli “immancabili destini della Patria gloriosa” e “la Sacra Maestà del Re che fulgidamente regge le sorti della Nazione”, ripetute nelle lettere e nei memoriali scritti a propria difesa e per contestare il provvedimento adottato nei loro riguardi, anziché giovare, finivano spesso per danneggiare quei poveretti, dato che tale atteggiamento era ritenuto una maschera con cui tentare di allontanare il sospetto.
La loro sorte dipendeva totalmente dagli uffici d'informazione militari, che traevano gli elementi su cui basare i loro provvedimenti dalle segnalazioni dei Reali Carabinieri e da denuncie spesso non firmate. Il tutto senza cercare di appurare se l'accusa fosse fondata oppure dettata da inimicizie personali, rancori, invidie, o desiderio di vendetta.
Il Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Luigi Cadorna, era insorto con una fiera circolare contro la vigliaccheria delle denunce anonime: ma a poco erano valse le sue parole.

Osservatori non toccati dagli eventi giudicavano l’eccezionalità del grave momento politico e militare che la Nazione stava attraversando tale da rendere insindacabile ogni atto di polizia militare.
I provvedimenti non potevano che essere segreti in zona di guerra e il segreto non consentiva di conoscere le ragioni del provvedimen­to stesso: di conseguenza, ogni risposta ai memoriali ed ai ricorsi presentati era necessariamente generica ed evasiva. Persone amiche degli esiliati non mancarono di esprimere la loro comprensione e solidarietà, raccomandando nel contempo "rassegnazione senza lamenti" e tanta pazienza da esercitarsi come "olo­causto sull'altare della Patria".
I luoghi di internamento furono città e paesi in diverse province d’Italia.
Gli esiliati furono mandati a Firenze, Grosseto, Lucca, Pisa, Cremona, Macera­ta, Ascoli Piceno, Avellino, Campobasso, Beneven­to, Salerno», ma anche in Sicilia, in Sardegna e nelle isole di Ventotene e di Lipari.
Per alcuni l’internamento durò solo alcuni mesi. Per altri dal giugno del 1915, inspiegabilmente, fino alla metà del 1919: un vero martirio, nonostante le proteste e le invocazioni affinché fosse loro resa giustizia. Interdetto il diritto alla difesa e disattesa la richiesta di un giudizio, non rimaneva che subire e rimuginare quale fosse la ragione del provvediment­o con la rabbia per le calunnie di invidiosi e di nemici personali.
In alcuni casi, in via del tutto confidenziale essa poté essere conosciuta, almeno per sommi capi. E' il caso dei parenti di mons. Luigi Faidutti, nativo delle Valli del Natisone e poi per motivi di studio e di ministero trasferitosi a Gorizia allora soggetta all’Austria. Fu in esecuzione del decreto 15 Giugno l915 del Comando militare italiano che il Prefetto di Udine ordinò l’immediato allontanamento dalla zona di guerra dei membri maschi della famiglia Faidutti residenti a Scrutto di San Leonardo, precisamente i due fratelli del monsignore. E nonostante uno di essi avesse un figlio al fronte. Analogo provvedi­mento, fu preso nei confronti di Eugenio Cromaz senior ed Eugenio Cromaz junior, rispettivamente cognato e nipote del Faidutti, residenti a Pasian Schiavonesco (ora Basiliano) vicino a Udine. I primi vennero internati in Sardegna a Seulo, piccolo paese in provincia di Nuoro, gli altri furono mandati a Firenze.

A tutti venne data l'assicurazione che si sarebbe provveduto adeguatamente al loro mantenimento. Secondo una prima assicurazione data, sempre in via confidenziale, dal Prefetto di Udine per interposta persona, l’internamento sarebbe dovuto durare un mese e mezzo, due al massimo, cioé fino all’occupazione della città di Gorizia di cui l’Alto Comando militare italiano era certo, dopo di che sarebbe stata possibile la revoca del provvedimen­to. Siccome ciò non si verificò venne chiesto all’autorità militare di conoscere almeno i motivi della misura adottata, ma alla fine di Agosto dei 1915 fu risposto che non si riteneva opportuno nemmeno prendere in considerazione la domanda. Un’altra richiesta fu rivolta nel mese di dicembre del 1915 ai ministero dell'interno che la trasmise al Comando Supremo del Regio Esercito, ma anche in questo caso essa rimase inevasa; tutte le domande degli internati subivano la medesima sorte.
Nel giugno 1916 l ministro degli Affari Interni, Vittorio Emanuele Orlando, assicurò che presto gli internati avrebbero ricevuto la libertà, ma tutte le pratiche messe in atto nel loro interesse furono ostacolate da un ostinato silenzio o ebbero il diniego del Comando supremo.
Firenze era diventata il luogo di concentra­mento degli internati: molti rimasero nella «città dei fiori», altri si trasferirono o vennero mandati in altre località. Per tutti la vita divenne dura e amara: entrati nella stagione invernale 1915-1916, essi avevano, bisogno di indumenti pesanti.
Da casa non potevano essere spediti abiti in quanto vigeva il divie­to di spedizione di oggetti usati per pre­cauzioni militari.
Il denaro per acqui­starli non lo ave­vano e non veniva fatto loro credito; per man­canza di mezzi non potevano ripararsi in alcun luogo pubblico per cui, esausti moral­mente e fisicamente, dovevano rimanere chiusi in casa o trovar riparo sotto i porticati.
Il sussidio che riceve­vano era modesto, una lira e mezza al giorno per persona, e con esso dovevano provvedere anche al vitto e all’alloggio.
In molti casi le famiglie al paese non erano in condizioni di aiutarli; molti tra loro erano anziani e ammalati, quindi abbisognevoli dell’assistenza e delle cure che solo la fami­glia poteva prodigare. Trascorsero così lunghi mesi.
Non si é potuto mai conoscere il numero esatto degli internati sparsi in tutta l’Italia, comprese le isole. Il Governo italiano non volle o non poté ren­derlo pubblico pur conoscendolo bene: da calcoli approssimativi del luglio-agosto 1915 lo si faceva ammontare ad oltre settantamila persone.
Nei mesi suc­cessivi, tuttavia, diminuì, perché molti esiliati delle province venete lontane dal fronte (per esempio Padova) furo­no rimandati alle loro case.

Dopo i primi ricorsi individuali indirizzati al ministero dell'interno e al Comando mili­tare furono interessati alla questione i deputa­ti e i senatori dei colle­gi a cui gli internati appartenevano.
Per quelli del Friuli udinese e della Carnia dimostrarono particolare attenzione gli onore­voli Giuseppe Girardi­ni, Gino di Caporiacco, Marco Ciriani, Grego­rio Valle, oltre al Sin­daco di Udine, Dome­nico Pecile, e al Presi­dente della Deputazio­ne Provinciale di Udine, Luigi Spezzotti.

Giuseppe Girardini nacque a Udine il 14 aprile del 1856, figlio di Felice Girardini, titolare dell’ufficio delle Assicurazioni Generali, che allora avevano sede a Venezia, e di Luigia Peressini.
Rimasto orfano di padre in tenera età, a sei anni, ebbe la fortuna che quella friulana straordinaria, come spesso lo sono le donne friulane, che fu sua madre, chiese ed ottenne – cosa inconsueta per quei tempi – di subentrare al marito nello stesso ufficio.
Questo permette ai figli di completare gli studi inferiori e superiori nelle scuole cittadine; dopo di che Giuseppe va a studiare giurisprudenza a Padova, mentre il fratello Emilio deve interrompere gli studi per aiutare la madre nel lavoro. Continua tuttavia a studiare per conto suo, giorno e (soprattutto) notte, formandosi una cultura letteraria poderosa, che oltre al greco e al latino lo mette al passo con le lingue straniere moderne e con gli autori di diverse letterature.
Dal 1887, per vent’anni, essendosi ritirata la madre, è Emilio che provvede da solo all’ufficio assicurativo, mentre il fratello è tutto preso dalla carriera forense e, più ancora, da quella politica, che lo porterà ad essere deputato al Parlamento, sottosegretario e due volte ministro, delle Pensioni e delle Colonie.
Soffermiamoci, un istante, su Emilio che, nonostante gli impegni del lavoro, continua a dedicarsi alla poesia in tutti i ritagli di tempo disponibile, con una passione inesausta, affaticandosi gli occhi al punto che, dal 1908, a soli cinquant’anni, inizia gradualmente a scivolare verso quella completa cecità, rappresentata in quel monumento in cui a tutti noi capita di imbatterci. E’ quello che, proprio vicino all’ingresso del nostro Tribunale, in Largo Ospedale vecchio, lo raffigura con in mano un bastone. A molti quell’oggetto sarà sempre apparso un bastone da passeggio, o una “baguline”, come si dice da queste parti. Non è così: ed ora lo sapete.
La statua in bronzo, opera dello scultore M. Piccini, collocata in un angoletto tranquillo e appartato, con un po’ di verde, a destra dell’ingresso della veneranda Chiesa di S. Francesco, rappresenta Girardini già cieco ed anziano, con il cappotto, gli occhiali neri e il bastone, appunto, mentre cammina con passo lento e misurato: tutta la sua figura esprime solitudine e contenuta sofferenza, eppure dignità e pudore dei propri sentimenti.

Cerca ugualmente, anche quando non vede più, fino all’ultimo, di tenersi al corrente delle nuove opere e dei nuovi autori delle letterature straniere, oltre che di quella italiana, facendoseli leggere per quanto possibile. Con la cecità, il suo legame con l’attualità comincia inevitabilmente a indebolirsi, ma cresce, invece, sempre più, quel dialogo interiore, quell’incessante approfondimento spirituale che è testimoniato dalla profondità solitaria della sua lirica.
Intanto studia e traduce Eschilo, Sofocle, Euripide, Demostene e l’Odissea; e, fra i moderni, Tennyson e Wordsworth. Scrive dei saggi su Carducci e D’Annunzio; e, dal 1903, inizia a pubblicare dei versi.Non è un poeta precoce, dunque; ha quarantacinque anni quando esordisce con la raccolta di quaranta liriche, sotto il titolo un po’ georgico di Ruri; liriche malinconiche, sognanti, un po’ nell’atmosfera di Myricae di Giovanni Pascoli, che erano uscite, destando sensazione, nel 1891. Colpito da una serie di lutti (la madre nel 1905; la sorella Rosa nel 1921; il fratello Giuseppe nel 1923), completamente cieco dal 1924, pubblica, dopo Ruri, una serie di raccolte poetiche che descrivono un itinerario letterario e spirituale personalissimo e fra i più interessanti della poesia italiana di quegli anni: Liriche varie e Vela di Ulisse nel 1908, presso gli editori Baldini e Castoldi di Milano; Chordae cordis nel 1920, con l’editore Treves di Milano, come il primo libro; I canti della sera nel 1928-31, con l’editore Zanichelli di Bologna; e infine Veglie nel 1935, con l’editore A. Messein di Parigi. Tutta la produzione poetica di Emilio Girardini è stata poi riunita dall’editore Zanichelli nell’elegante volume postumo del 1952, che comprende anche una ventina di liriche non incluse nelle precedenti raccolte e una dozzina di traduzioni da Wordsworth. Come drammaturgo, Girardini aveva pubblicato tre Drammi biblici: Jefte, Rut, il Re sapiente, presso l’editore Cappelli di Bologna, nel 1929.

C’è una foto, inserita nel volume di Renzo Valente Udine 16 millimetri, che mostra una anziana contadina, tutta vestita di scuro, come usavano fino a qualche anno fa le donne di campagna, chinarsi a deporre un mazzolino di fiori sul piedistallo, alla base della statua di Emilio Girardini, con uno di quei gesti di delicatezza schiva e quasi ritrosa di cui è capace l’anima friulana. È una scena simbolica: gli umili avevano capito che il poeta parlava di loro, parlava con loro; che quel vecchio signore cieco dall’aria aristocratica e un po’ fuori moda era un loro fratello in ispirito; e gliene erano grati.
Perché se ne abbia un’idea, ci pare indispensabile riprodurre qui almeno alcune delle sue composizioni.

FINESTRELLA

O nera finestrella di gerani
e di rossi garofani fiorita,
che a la fanciulla povera e polita
ridono mentre l’ago ha tra le mani,

vedi? La luna pende sul cortile,
sfavilla il cielo e palpita ogni stella,
stende l’ombra in piazzetta il campanile;

odi? La gaia gioventù stornella
per la villa splendente, e tu, gentile
e pudica, stai chiusa, o finestrella.

NEVICATA

Il paesaggio interminato stanca:
una pianura immersa ne la neve
con un mulino a vento e un’erma pieve
ne la monotonia de l’aria bianca.

Nevica ancora e mandano singhiozzi
soffocati nel cuore i miei ricordi;
somigliano, o campana, ai suoni sordi
che tu, di neve rivestita, strozzi.

In una solitudine lontana
e, come questa, senza tracce, danno
i ricordi nel cuor, cinto di panno,
spenti rintocchi, come i tuoi, campana.

E veggono passar qualche pensiero
triste, essi pure, come la pianura,
tutta bianca d’un bianco che spaura,
vede passare qualche corvo nero.

SERVETTA

Dai monti la servetta ieri a sera
ci venne in casa: dopo il pigolio,
un primo svolo fu di capinera
la sua partenza dal bosco natio.

Che si guardasse ben d’esser ciarliera,
savia, sua madre, l’ammonì, cred’io,
col pianto in cuore e la parola austera
gridandole da l’uscio: - Animo, addio! –

Nei suoi: sì, sì, tenui brusii di fonti,
trema il mal domo giubilo infantile,
ma, sì, il rimpianto insieme dei suoi monti,

e il gemito man mano più velato,
sì, sì, di un’agnelletta che a l’ovile
tolta si porti a vendere al mercato.

Emilio Girardini, come dicevamo, è stato il cantore degli umili.
Quante cose non dette, ha saputo cogliere di quella timida servetta piovuta a servizio da qualche sperduto paesino della Carnia o delle Alpi Giulie; quante cose ha saputo intuire dietro quel precoce, rispettoso comportamento da adulta; quanta infanzia non ancora vissuta, quanto senso di libertà ingabbiato fra quattro muri; quanto smarrimento, quanta nostalgia ricacciata indietro a fatica!
Insomma, il cantore della natura amica, degli umili, dei semplici, ricchi però di un loro mondo interiore fatto di pazienza, laboriosità, rassegnazione. Ed un cantore della sua terra, del Friuli.
La sua poesia
reca un odore di quella terra, di quelle montagne, di quei colori e profumi e sapori che fanno di Girardini, comunque, il cantore della sua terra. Proprio della sua terra e, in particolare, degli umili, dei più indifesi, si occupa anche il fratello, il nostro Giuseppe, a cui ora ritorniamo.Giuseppe Girardini, nell’ultimo decennio dell’ottocento, aveva fondato il partito radicale friulano, nonché il giornale “Il Paese”, che ne sosteneva le battaglie politiche.
Subito attorno a lui si era raccolto un vivace e combattivo gruppo di giovani professionisti, impiegati, maestri, piccoli commercianti e una buona parte della classe operaia ed artigiana.
La sua arma di seduzione era la parola, il suo argomento vincente il fascino tribunizio.
Cos’erano allora i radicali? Era un movimento che aveva come fine il progresso della società, che rifuggiva da tentazioni di tipo eversivo e che, anzi, proponeva la legalità come mezzo.
Nemici dell’individualismo economico dei liberali e del collettivismo socialista, avevano un programma – come dire? – flessibile e generico, nel quale potevano identificarsi, se lo volevano, tanto il ricco commerciante, quanto il modesto artigiano, tanto il massone anticlericale, quanto il cattolico democratico, tanto il conservatore illuminato, quanto il progressista riformista.
La cosa sorprendente, in questa terra tradizionalmente prudente e moderata, fu che nel 1901 i radicali conquistarono il Comune di Udine. Ancor più sorprendente, fu che lo tennero fin dopo la guerra 1915-18, fin quasi cioè all’avvento del fascismo.

Tornando a quel che diceva Tiziano Tessitori sul Messaggero Veneto del 26 luglio 1966, “il radicalismo friulano fu fenomeno strettamente legato alla prestigiosa persona di Giuseppe Girardini, del quale seguì anche l’evoluzione politica, che, del resto, non fu sua soltanto, ma di altri eminenti uomini del radicalismo italiano.” Tessitori parla di “…una attività politica esemplare…” e di “…ammirazione per un uomo che, se seppe in ogni occasione rappresentare degnamente il Friuli, ciò fu in modo mirabile nell’ora tragica di Caporetto”.

In città, si fece interprete della borghesia cittadina ed, allo stesso tempo, del mondo operaio udinese, entrambi insoddisfatti dei governi “trasformisti” di fine secolo. In un primo tempo, con il suo giornale, il deputato friulano oscilla tra le richieste intransigenti di giustizia e correttezza ai vari governi che si succedono, e l’anticlericalismo e l’antimilitarismo più spinti e chiassosi. Ma si fa dopo un po’ strada in lui la certezza che il bene ed il progresso del popolo mal si conciliavano con una critica sistematica, aprioristica e facinorosa non tanto, o non solo ai governi, ma alle istituzioni, per non dire allo stesso Stato.
Così, continuò a tuonare, sì’, contro le contraddizioni e la corruzione del potere, ma ponendo comunque al primo posto il prestigio internazionale dell’Italia, la Patria, così che fu tra coloro che sostennero la guerra libica, per non dire l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915.
Insomma, virò al centro, andando a pescare nel serbatoio di voti dei liberali, che non gli risparmiarono attacchi di una pesantezza pari alla sua capacità di rappresentare con più efficacia di loro, almeno qui in Friuli, alcuni valori ed alcuni interessi.

Fu così che venne eletto al Parlamento per ben sette volte, dal 1892 al 1924, venendo sconfitto solo due volte: nel 1895 dal generale Giuseppe di Lenna, nel 1904 da Giuseppe Solimbergo.
Entrato alla Camera come esponente della sinistra estrema, finì per ricoprire poi, nel 1919, l’incarico di Alto Commissario all’assistenza militare e alle pensioni di guerra, nel ministero Orlando, e successivamente di ministro delle colonie dal luglio 1921 al febbraio 1922 nel ministero Bonomi.
A Udine ricoprì vari incarichi tra cui quello di consigliere comunale e, verso la fine, di Presidente del nostro Consiglio dell’Ordine.Ci piace ricordare, a questo propositoi, che la madre del nostro Presidente emerito, l’avv. Piero Zanfagnini, era nipote di Giuseppe ed Emilio Girardini: una specie di ininterrotta catena di impegno civile e professionale, che evidenzia, anche così, l’autenticità di una tradizione di cui consentiteci di andare fieri.

La testimonianza più toccante ed autentica dell'immagine, rimasta a lungo nel ricordo dei friulani, di una personalità eccezionale, battagliera e generosa, votata alla causa della giustizia, la si trova nella testimonianza di Rosa Cantoni, la più famosa tra le protagoniste friulane della Resistenza, nota con il nome di battaglia di “Giulia”.

La Cantoni ricorda:
Mia mamma dopo che si è sposata e ha avuto i figli è rimasta a casa a fare la casalinga, ma prima, da ragazza, lavorava in una fabbrica di fiammiferi che è durata tanto anche dopo la guerra ma poi, per fortuna, l'hanno chiusa anche perché c'era uno schiavismo terribile... le donne erano senza alcun diritto. Le mamme che avevano appena partorito dovevano comunque lavorare per portare soldi a casa, altrimenti non si riusciva a mangiare e magari c'era un altro figlio un po' più grande, scolaretto, che portava il fratello piccolino ad allattare alla madre in fabbrica. Le donne così potevano avere dieci minuti per andare in un angolo ad allattare il figlio e poi riconsegnarlo al fratello che lo riportasse a casa e loro tornare a lavorare.
Ecco io devo molto a mia madre perché mi raccontava tutto. Mi
ricordo quando è morto Girardini...erano due fratelli, uno era deputato socialista di Udine e uno era poeta. Due brave persone. Il deputato aveva portato avanti varie battaglie come per esempio quella per le otto ore, perché quella volta si potevano lavorare anche dodici ore o d'estate, che c’è luce fino a tardi, anche di più.
Mia madre mi raccontava anche delle battaglie o degli scioperi che facevano. Lei non era tanto propensa a partecipare ma capiva, capiva subito il punto e poi si sdegnava. E tutte queste donne facevano i cortei e gridavano “evviva Girardini e abbasso Solimbergo”. Solimbergo era il deputato della destra. E io sapevo di tutte queste battaglie e così si cresce”.

Dicevamo dell’impegno di Girardini a favore degli internati, vittime della cultura del sospetto e del segreto inquisitorio. E di come, assieme a lui, altri deputati friulani si fossero battuti contro gli abusi di quell'istituto.
Tra questi, non vi furono solo i radicali, repubblicani e progressisti come lui, ma anche chi, come Domenico Pecile, originario di Fagagna ed all’epoca Sindaco di Udine, era su posizioni più moderate. Il padre, Gabriele Luigi, era stato a lungo deputato, per poi essere nominato senatore, su posizioni ancor più moderate: liberale e cavourriano.

La famiglia dei Pecile, grossi proprietari terrieri, laici, illuminati, filantropi, grandi promotori dello sviluppo dell’agricoltura, dell’educazione popolare, della assistenza ai diseredati, era purtuttavia profondamente elitaria e, dal punto di vista politico, decisamente conservatrice.
Per Gabriele Luigi Pecile, tuttavia, e per il figlio Domenico, Giuseppe Girardini nutriva grande ammirazione, che era peraltro ricambiata.
Del padre, l'onorevole Gabriele Luigi, spostatosi progressivamente su posizioni sempre meno conservatrici, probabilmente anche per il fascino esercitato anche su di lui dal Girardini, il Nostro pronunciò a Montecitorio il 28 novembre 1902 l'elogio funebre. Orazione che concluse definendolo “apostolo” della beneficenza e del progresso.
Il figlio Domenico aveva finito per schierarsi con il Girardini, tanto da essere eletto Sindaco di Udine grazie al suo sostegno.
Facoltoso proprietario di terreni nella zona della Richinvelda e un po’ ovunque, Domenico Pecile avrebbe dovuto schierarsi, se avesse teso solo a tutelare i propri interessi più immediati, su posizioni ben più conservatrici. Accade tuttavia che taluno, come dicono i francesi dei loro radicali, possa avere il portafoglio a destra, ma il cuore a sinistra.

La casa dei fratelli Girardini è quella, al numero 28 di via Vittorio Veneto, sulla cui facciata è stata di recente collocata una lapide che ne ricorda la presenza. Ci piace ricordare come in quella casa Renzo Valente, poco prima che nel 1946 se ne andasse per sempre, si recò a far visita e fece l’ultima intervista a Emilio Girardini, il fratello poeta.

In quella stessa casa Gabriele Luigi Pecile, scendendo da Fagagna, ha intrattenuto con Giuseppe Girardini quei rapporti, prima forse un po’ riservati, se non addirittura clandestini, che lo portarono, progressivamente, verso posizioni politiche e culturali meno chiuse e più sensibili alle nuove passioni che agitavano quella tempestosa epoca di passaggio.

Un’epoca posta tra un mondo vecchio, governato dalla compressione e dalla repressione delle legittime aspirazioni dei più deboli, e un mondo nuovo, o che tale voleva, si sforzava e sperava di essere, in cui i diritti di ciascuno - e di ciascuna - cominciavano, anche se a fatica, a farsi strada.