Nino Orlandi
Come eravamo
Un fenomeno più unico che raro
GIUSEPPE GIRARDINI (1856-1923)
“Girardini fu un fenomeno più unico che raro in Friuli, dove il popolo è per indole timido, diffidente, avaro d’effusioni. Divenne l’idolo della plebe udinese, fino al punto che questa scese tumultuando a protestare nelle vie e nelle piazze, quando nel 1904 egli fu battuto in ballottaggio per soli 165 voti dal liberale Giuseppe Solimbergo”.
con queste parole un altro avvocato e uomo politico friulano, Tiziano Tessitori – che pure abbiamo ricordato in questa nostra rubrica – descrive la figura di Giuseppe Girardini il 26 luglio del 1966 sulle pagine del Messaggero Veneto.
Eppure Tessitori, cattolico, popolare e democristiano, ben poco aveva in comune con il collega radicale, laico e repubblicano. Quanto meno secondo le categorie dell’appartenenza politica, culturale e religiosa.Ci vien da pensare, però, ed anche da dire – dato che dire ciò che si pensa è forse la forma più sana di follia – che, giunti ad una certa altezza, tutti gli spigoli della piramide, anche quelli opposti, finiscano per incontrarsi. E che i grandi uomini, pur magari combattendosi per tutta la vita, come “I duellanti” di quel film del ‘77 di Ridley Scott, finiscano poi, come Keith Carradine ed Harvey Keitel, per riconoscersi a vicenda onore, rango e valore. E non possano, alla fine, guardando il resto dell’umanità dall’altezza a cui li hanno portati le loro qualità, che rendersi a vicenda l’onore delle armi.
Come avvocato, Giuseppe Girardini ebbe modo di far parte, pur non essendo socialista, del collegio di difesa del direttore dell’ Avanti Enrico Ferri, querelato nel 1903 per diffamazione dal ministro della Marina, il viceammiraglio Giovanni Bettolo.
Ferri aveva iniziato dalle colonne del suo giornale una feroce campagna morale contro il ministro, che Ferri chiamava "corruttore e affarista", accusandolo di avere aumentato lo stipendio del presidente del Consiglio Superiore della Marina per indurlo ad approvare un contratto di fornitura di corazze per l'ammontare di 20 milioni con le Acciaierie di Terni.
La Terni (all'inizio concepita come statale, poi invece affidata proprio in quel periodo ad un gruppo di grossi capitalisti privati) si era specializzata esclusivamente nelle forniture di materiale bellico per le forze armate italiane. Era così divenuta, in pratica, unico fornitore dello Stato, e possedeva anche il monopolio delle corazzature delle navi.
Nonostante questi ingenti e lucrosi affari, proprio lo Stato contribuì a salvarla da una grossa crisi finanziari, causata da una gestione (privata e senza controllo) piuttosto irresponsabile, se non, usando un eufemismo, "allegra”.
Le gravi accuse (che erano poi di collusione con la Terni) destarono grande impressione nel paese. Due deputati, Ferri stesso e Santini, presentarono interpellanze alla Camera, dove il 20 maggio il ministro Bettolo si difese strenuamente da quelle che egli chiamò insinuazioni contro la propria invulnerabile onorabilità.
Ferri, tuttavia, insisteva con le sue accuse, chiamando Bettolo "divoratore di milioni" e lui rivolto al deputato socialista rivoluzionario, lo apostrofò: "Voi, nella mente, nel cuore e nell'azione, siete una ben misera cosa!".
Continuando sull'"Avanti!" la campagna morale, la Camera discusse se avviare un'inchiesta parlamentare; ma il 10 giugno 1903 il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, pur impegnandosi ad eseguire indagini accurate, respinse la proposta, che fu pure respinta dalla Camera con 188 voti contro 149.
In seguito a questa votazione l'11 giugno, Giolitti si dimise da ministro degli Interni, protestando che il Ministero non aveva più ragione di esistere poiché non operava le riforme promesse e si alienava l'appoggio delle Estreme. Anche Bettolo si dimise e, qualche giorno dopo tutto il Gabinetto entrò in crisi.
Sulla vicenda Bettolo, continuando Ferri ed attaccarlo, il ministro lo querelò per diffamazione. Difensore del Ferri furono, fra gli altri, gli onorevoli Altobelli, Cicciotti, Comandino e, per l’appunto, il nostro Girardini.
Questo per dire in quale temperie politica e culturale si fosse formato, operasse e fosse divenuto protagonista il nostro Girardini.
Poco importa che il processo, che destò l'interesse dell'intera nazione e terminato il 10 febbraio del 1904, si sia concluso con la affermazione di colpevolezza di Enrico Ferri per il delitto di diffamazione continuata a mezzo stampa e la sua condanna a quattordici mesi di reclusione, alla multa di 1516 lire, alle spese di giudizio ed al risarcimento dei danni. Né importa che la pena non sia mai stata scontata, dato che a noi di Ferri e di Bettolo, ad essere sinceri, più di un secolo dopo, importa poco o punto.
Importante è, invece, riprendersi la coscienza, la memoria, la paternità, come friulani e come avvocati di questo Foro, di figure che hanno travalicato i confini della nostra terra.
Basti rileggere il resoconto dei lavori della camera dei Deputati del 20 novembrre 1918, pochi giorni dopo la vittoria di Vittorio Veneto e la fine vittoriosa della guerra, conclusasi con la liberazione di Trento e Trieste e l’unificazione dell’Italia in un unico stato. “Il 20 novembre l'apertura della Camera è solenne…Sino dalle dieci del mattino le tribune si riempiono, comprese quelle dei senatori, dei diplomatici, e quella di corte.Alle 13 e 30 è ricolma anche l'aula. L'ingresso di Salandra, di Boselli e di Barzilai è salutato da calorose ovazioni. Un improvviso gelido silenzio accoglie l'ingresso di Giolitti. Nuove manifestazioni di entusiasmo si hanno all'ingresso dell'onorevole Girardini, di Udine. Alle 14 in punto entra il Presidente Marcora. Pochi istanti dopo, Orlando, seguito dai ministri. I deputati scoppiano in una clamorosa ovazione, alla quale si uniscono le tribune. Orlando, commosso, quasi sorpreso, pallido e sorridente, si ferma e si appoggia al banco del Governo. Un attimo. Poi si riprende e si reca al suo posto.Il Presidente Marcora apre la seduta con un breve discorso, nel quale richiama, commosso, la storia del Risorgimento, che ha coinciso con la sua lunga vita e che trova il suo compimento nella liberazione di Trento e Trieste. Richiama l'entusiasmo che ha pervaso l'Italia; rivolge un saluto al Re; ricorda il discorso con cui Orlando spinse alla resistenza; esalta l'eroico comportamento dei soldati e dei marinai; si inchina di fronte ai caduti, che si sono aggiunti agli eroi del Risorgimento e ora si uniscono al grido di: Viva l'Italia!".
Ecco, in un giorno così straordinario per l’Italia, in una seduta così solenne del Parlamento, il nome del nostro collega e concittadino spicca, nei termini riferiti dal cronista.
Insomma, si può essere friulani, ma non timidi, sommessi o sottomessi, chiusi e diffidenti. Non provinciali, insomma: nel senso di non intimiditi, spaventati dal mondo che ci sta intorno. E non imitatori, o tardi imitatori, di mode culturali, di costume, politiche, o letterarie altrui.
C’è chi dice, ad esempio, che chi abiti a New York, a Londra, o a Shangai, non sia un provinciale perché si trovi a vivere in quei luoghi, ma perché non si chiede, prima di scrivere o leggere un libro, di esprimere una critica, o di indossare un abito, come si comportino a Cremona, a Vigevano, o, si fa per dire, a Caporiacco. E che se quelli di Cremona, di Vigevano, o di Caporiacco, per non dire di Udine, non si chiedessero cosa pensino, dicano e facciano, o cosa penserebbero di loro, per l’appunto, a New York, Londra, Shangai, per non dire di Roma, non sarebbero dei provinciali nemmeno loro.
Girardini un provinciale non lo era per nulla.
Non fu, però, solo a questo tipo di impegno, politico e professionale, così prestigioso, che dedicò le sue energie.
Il suo impegno fu vivo ed appassionato anche contro gli abusi di un odioso provvedimento, chiamato internamento, o soggiorno obbligato o, con un termine più crudo, confino o esilio, che segnò una delle pagine più tristi e dolorose della storia del Friuli nella prima guerra mondiale, per le traversie che esso causò alle singole persone e ad intere famiglie.
E’ un istituto giuridico di cui si é fatto uso in tutti i tempi e presso tutte le nazioni, giustificato e sorretto da due forze che all’epoca taluno già, anticipando il Leonardo Sciascia delle ultime battaglie civili, coraggioso e fiero avversario dei “professionisti dell’antimafia”, definiva «repugnanti»: il sospetto e il segreto.
Sia la «cattolicissima Monarchia asburgica» sia l’Italia «liberal - massonica» misero in atto gli internamenti per difendere “da qualsiasi potenziale insidia le proprie truppe operanti e in genere l’ordine pubblico”.
Potrà stupire, ma nella diocesi di Gorizia l’accusa di “austriacanti” rivolta ai sacerdoti si basava generalmente sul fatto d’esser essi aderenti o simpatizzanti del movimento politico e sociale di ispirazione popolare di monsignor Luigi Faidutti, all’epoca Preposito Capitolare di Gorizia, ma anche uomo politico assai influente dell’Austria asburgica. Era, infatti, come le era il poi Presidente del Consiglio italiano del secondo dopoguerra Alcide De Gasperi, deputato al parlamento della – per chi non lo sapesse – democratica e parlamentare Austria-Ungheria.
Moltissimi preti dell’Isontino avevano appoggiato, sostenuto e propagandato le attività sociali, cooperative e politiche di Faidutti. Solo per questo motivo nel 1915 erano stati definiti dalle autorità italiane «faiduttiani», il che significava esser collocati su posizioni anti-italiane, o, come si diceva allora, “austriacanti”.
A Gorizia non si faceva distinzione tra preti di nazionalità italiana e preti di nazionalità slovena: tutti, se “sospetti”, dovevano essere allontanati dalla zona di guerra. Con molta fantasia si ipotizzavano azioni di spionaggio a favore degli Austriaci, con segnalazioni dai campanili e misteriosi telefoni celati nei tabernacoli e nei confessionali e con l’ospitalità accordata nelle canoniche a soldati nemici.
Era ritenuta valida la tesi: meglio un innocente sospetto confinato che una ipotetica spia in territorio di guerra.
Al sospetto si accompagnava l’altra forza: il segreto. Mai si seppe in via ufficiale, nonostante le proteste degli esiliati, quali fossero i motivi dell’internamento all’infuori delle generiche e sussurrate accuse di essere filo austriaci. Si trattava di persone di diversa estrazione sociale, generalmente professionisti, commercianti, imprenditori, impiegati.
Molti ricoprivano cariche pubbliche: sindaci, consiglieri, assessori comunali, componenti di istituzioni (Congregazione di Carità, di assistenza, ecc.), consorzi, cooperative e banche.Quasi tutti avevano tenuto sempre una condotta ineccepibile e fatto ampie professioni di italianità, lealtà dinastica e fedeltà alla Patria.
Le loro dichiarazioni esaltanti gli “immancabili destini della Patria gloriosa” e “la Sacra Maestà del Re che fulgidamente regge le sorti della Nazione”, ripetute nelle lettere e nei memoriali scritti a propria difesa e per contestare il provvedimento adottato nei loro riguardi, anziché giovare, finivano spesso per danneggiare quei poveretti, dato che tale atteggiamento era ritenuto una maschera con cui tentare di allontanare il sospetto.
La loro sorte dipendeva totalmente dagli uffici d'informazione militari, che traevano gli elementi su cui basare i loro provvedimenti dalle segnalazioni dei Reali Carabinieri e da denuncie spesso non firmate. Il tutto senza cercare di appurare se l'accusa fosse fondata oppure dettata da inimicizie personali, rancori, invidie, o desiderio di vendetta.
Il Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Luigi Cadorna, era insorto con una fiera circolare contro la vigliaccheria delle denunce anonime: ma a poco erano valse le sue parole.
Osservatori non toccati dagli eventi giudicavano l’eccezionalità del grave momento politico e militare che la Nazione stava attraversando tale da rendere insindacabile ogni atto di polizia militare.
I provvedimenti non potevano che essere segreti in zona di guerra e il segreto non consentiva di conoscere le ragioni del provvedimento stesso: di conseguenza, ogni risposta ai memoriali ed ai ricorsi presentati era necessariamente generica ed evasiva. Persone amiche degli esiliati non mancarono di esprimere la loro comprensione e solidarietà, raccomandando nel contempo "rassegnazione senza lamenti" e tanta pazienza da esercitarsi come "olocausto sull'altare della Patria".
I luoghi di internamento furono città e paesi in diverse province d’Italia.
Gli esiliati furono mandati a Firenze, Grosseto, Lucca, Pisa, Cremona, Macerata, Ascoli Piceno, Avellino, Campobasso, Benevento, Salerno», ma anche in Sicilia, in Sardegna e nelle isole di Ventotene e di Lipari.
Per alcuni l’internamento durò solo alcuni mesi. Per altri dal giugno del 1915, inspiegabilmente, fino alla metà del 1919: un vero martirio, nonostante le proteste e le invocazioni affinché fosse loro resa giustizia. Interdetto il diritto alla difesa e disattesa la richiesta di un giudizio, non rimaneva che subire e rimuginare quale fosse la ragione del provvedimento con la rabbia per le calunnie di invidiosi e di nemici personali.
In alcuni casi, in via del tutto confidenziale essa poté essere conosciuta, almeno per sommi capi. E' il caso dei parenti di mons. Luigi Faidutti, nativo delle Valli del Natisone e poi per motivi di studio e di ministero trasferitosi a Gorizia allora soggetta all’Austria. Fu in esecuzione del decreto 15 Giugno l915 del Comando militare italiano che il Prefetto di Udine ordinò l’immediato allontanamento dalla zona di guerra dei membri maschi della famiglia Faidutti residenti a Scrutto di San Leonardo, precisamente i due fratelli del monsignore. E nonostante uno di essi avesse un figlio al fronte. Analogo provvedimento, fu preso nei confronti di Eugenio Cromaz senior ed Eugenio Cromaz junior, rispettivamente cognato e nipote del Faidutti, residenti a Pasian Schiavonesco (ora Basiliano) vicino a Udine. I primi vennero internati in Sardegna a Seulo, piccolo paese in provincia di Nuoro, gli altri furono mandati a Firenze.
A tutti venne data l'assicurazione che si sarebbe provveduto adeguatamente al loro mantenimento. Secondo una prima assicurazione data, sempre in via confidenziale, dal Prefetto di Udine per interposta persona, l’internamento sarebbe dovuto durare un mese e mezzo, due al massimo, cioé fino all’occupazione della città di Gorizia di cui l’Alto Comando militare italiano era certo, dopo di che sarebbe stata possibile la revoca del provvedimento. Siccome ciò non si verificò venne chiesto all’autorità militare di conoscere almeno i motivi della misura adottata, ma alla fine di Agosto dei 1915 fu risposto che non si riteneva opportuno nemmeno prendere in considerazione la domanda. Un’altra richiesta fu rivolta nel mese di dicembre del 1915 ai ministero dell'interno che la trasmise al Comando Supremo del Regio Esercito, ma anche in questo caso essa rimase inevasa; tutte le domande degli internati subivano la medesima sorte.
Nel giugno 1916 l ministro degli Affari Interni, Vittorio Emanuele Orlando, assicurò che presto gli internati avrebbero ricevuto la libertà, ma tutte le pratiche messe in atto nel loro interesse furono ostacolate da un ostinato silenzio o ebbero il diniego del Comando supremo.
Firenze era diventata il luogo di concentramento degli internati: molti rimasero nella «città dei fiori», altri si trasferirono o vennero mandati in altre località. Per tutti la vita divenne dura e amara: entrati nella stagione invernale 1915-1916, essi avevano, bisogno di indumenti pesanti.
Da casa non potevano essere spediti abiti in quanto vigeva il divieto di spedizione di oggetti usati per precauzioni militari.
Il denaro per acquistarli non lo avevano e non veniva fatto loro credito; per mancanza di mezzi non potevano ripararsi in alcun luogo pubblico per cui, esausti moralmente e fisicamente, dovevano rimanere chiusi in casa o trovar riparo sotto i porticati.
Il sussidio che ricevevano era modesto, una lira e mezza al giorno per persona, e con esso dovevano provvedere anche al vitto e all’alloggio.
In molti casi le famiglie al paese non erano in condizioni di aiutarli; molti tra loro erano anziani e ammalati, quindi abbisognevoli dell’assistenza e delle cure che solo la famiglia poteva prodigare. Trascorsero così lunghi mesi.
Non si é potuto mai conoscere il numero esatto degli internati sparsi in tutta l’Italia, comprese le isole. Il Governo italiano non volle o non poté renderlo pubblico pur conoscendolo bene: da calcoli approssimativi del luglio-agosto 1915 lo si faceva ammontare ad oltre settantamila persone.
Nei mesi successivi, tuttavia, diminuì, perché molti esiliati delle province venete lontane dal fronte (per esempio Padova) furono rimandati alle loro case.
Dopo i primi ricorsi individuali indirizzati al ministero dell'interno e al Comando militare furono interessati alla questione i deputati e i senatori dei collegi a cui gli internati appartenevano.
Per quelli del Friuli udinese e della Carnia dimostrarono particolare attenzione gli onorevoli Giuseppe Girardini, Gino di Caporiacco, Marco Ciriani, Gregorio Valle, oltre al Sindaco di Udine, Domenico Pecile, e al Presidente della Deputazione Provinciale di Udine, Luigi Spezzotti.
FINESTRELLA