Nino Orlandi
Come eravamo
La sua stella polare: il senso del dovere
REDENTO ZUCCOLO ( 1922 - 2000 )
Così come Fiorentino Ariza, il protagonista di quel romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “L’amore ai tempi del colera”, da cui è stato tratto di recente l’omonimo film, Redento aveva un'idea fissa.
Per Fiorentino, quell’idea che diede il senso ai suoi giorni ed ai suoi anni, fu l’amore. L’amore per Fermina Daza, la donna che aspettò per più di cinquant’anni, anzi, più esattamente, per 51 anni, 9 mesi e 14 giorni, per poterla amare finalmente in pace.
Per Redento Zuccolo l’idea fissa fu il dovere.
Non che non abbia amato anche lui, intendiamoci. Anzi, dal giorno in cui la conobbe, amò solo e sempre sua moglie Laura, conosciuta nel 1952, sposata nel 1953. Amore sicuro e matrimonio di quelli di una volta, quando non si pensava prima, come si fa ora, a tutto il resto e poi, soltanto poi, quando tutto è ormai sistemato ed il bilancio familiare assicurato, alla gioia di vivere, addormentarsi, sognare e svegliarsi assieme. E magari rimane solo il resto, a cui si sono sacrificati anni di vita assieme e di felicità perduta, mentre l’amore magari se n’è andato, travolta dalla noia, dalla frustrazione di pensare che l’altro ci mette in fondo a tutto, o dietro a tutto. Lui si decise presto a compiere quel passo. Sapeva che si volevano bene. E tanto gli bastava. La amò così, ininterrottamente, per 47 anni, fino all’ultimo giorno della sua vita.
L’idea forte, però, quella che tutte le altre comprendeva, era il senso del dovere. Faremo forse sorridere qualcuno, ma nei 25 anni, dal 1975 in poi, nei quali il nostro caro, indimenticato Zuccolo prestò servizio come impiegato presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Udine, non rimase assente un solo giorno. Impiegato? Meglio sarebbe dire “factotum”, dato che fino all’arrivo di Anna, la prima delle nostre impiegate, quella che ancora trovate in prima linea, mandava avanti la baracca da solo. Mai un giorno, né per malattia, né per altri motivi. Non che fosse immune, come non lo è nessuno, dai virus influenzali, o dagli altri piccoli malanni, che, chi più chi meno, affliggono un po’ tutti. Né da altri impegni, o fastidi.
Eppure, non mancò mai. Dicevamo che, per molti anni, di altri impiegati non ce n’erano. Fosse mancato lui, la porta dell’ufficio sarebbe rimasta chiusa. Ma non era solo per questo.
Il senso del dovere, a quei tempi, te lo insegnavano, te lo trasmettevano – come dire? – quasi per osmosi, in un contatto prolungato e ininterrotto con un ambiente che nella serietà, nell’impegno, nell’abitudine alla fatica ed al sacrificio, nella frugalità e nella rinuncia trovava, assieme a un tasso di dolore e di sofferenza non trascurabile, la gratificazione più intensa. Quei valori, come dicevamo, furono la sua stella polare. Sempre.
Nasce nel 1922 a Tissano di Santa Maria la Longa da una famiglia di agricoltori. Lo chiamano Redento, nome che andava di moda poco dopo la fine della Grande Guerra, quella con cui l’Italia aveva liberato, o “redento”, come si diceva allora, le terre italiane ancora soggette all’Austria. Impara ben presto, come i suoi quattro fratelli e le tre sorelle, le lezioni severe della vita. Tanto severe da poterle chiamare ingiuste, al pari di quelle impartite, si fa per dire, da qualche professoressa di matematica o di latino, di quelle – si fa ancora per dire – del “buon” tempo andato.
Redento è bravo a scuola: svelto, studioso, intelligente. Vorrebbe proseguire negli studi. Ma come si fa? Finite le medie inferiori, si ingegna per un po’ a studiare in privato ragioneria, ma i suoi sforzi risultano presto inutili. Le ristrettezze finanziarie della famiglia lo costringono a trovare un lavoro, per portare qualche soldo a casa. Già, qualche soldo, o poco più, tale era il destino allora di quei giovani che, con il nome di “garzoni”, iniziavano la loro esperienza di lavoro in una bottega, o in un ufficio, con un trattamento economico, e non solo, che allora non stupiva, ma che oggi ci stupirebbe, prima ancora che farci gridare allo scandalo.
Salutata dagli entusiasmi di un popolo stordito dalla propaganda del regime, scoppia la guerra. E’ il 1940 e Redento ha diciott’anni. Tra i più entusiasti vi sono gli studenti, specie universitari, che all’epoca sono soltanto i figli delle famiglie più abbienti e socialmente elevate: quegli stessi che, proprio perché ancora iscritti all’università, o perché stan terminando le scuole medie superiori, sono esonerati dal partecipare a quella guerra, che pure hanno osannato, applaudito, accolto entusiasticamente al suo lugubre apparire su un palcoscenico, rispetto al quale essi, quasi tutti, rimarranno spettatori.
Redento no, lui non ha potuto studiare. E deve partire, come tutti quelli come lui, quando è l’ora. E’ in Grecia, assieme a tanti ragazzi di vent’anni , o poco più, quando lo Stato, che lo ha mandato lì, lo abbandona. Il Re, dopo aver fatto arrestare Mussolini ed aver nominato al suo posto Badoglio, non trova di meglio che fuggire a Brindisi con il suo Primo Ministro, invece di difendere la capitale, lo Stato e la dignità e la vita dei ragazzi che ha mandato a combattere fuori dai confini. E’ così che l’Italia non oppone resistenza alla discesa dei tedeschi che vengono a punire l’alleato che sta passando dall’altra parte del fronte. Quella parte d’Italia, forse la migliore, certo la più sfortunata, che è sparsa per il mondo, rimasta senza ordini, né guida, cade nelle mani dei tedeschi. Quando non cade sotto il loro fuoco.
Redento viene fatto prigioniero e portato in Germania, a Trier. E’ l’antica Treviri, città romana e poi carolingia, sede della famosa “Dieta” che riconobbe l’ereditarietà dei feudi maggiori e, in qualche modo, pose le premesse della nascita degli stati nazionali. Ma questa è un’altra storia.
La “dieta” a cui viene sottoposto Redento - dieta alimentare, intendiamo - non è certamente ipercalorica. Tanto che di casi di obesità, gotta, eccessi di colesterolo, tassi preoccupanti di trigliceridi, o anche di semplice indigestione, non vi è traccia nel diario del medico del campo di concentramento.
Scherzi a parte, le condizioni generali, non solo quelle alimentari, nelle quali si trova a vivere, assieme agli altri prigionieri italiani, non sono certamente piacevoli. Tutt’altro
Sarebbe bastato aderire alla Repubblica Sociale Italiana per uscire di lì e tornare subito in Italia. Per poi magari, dopo un po’, o magari addirittura il 25 aprile del ’45, infilarsi al bavero una coccarda da patriota, farsi fotografare accanto a un soldato americano e, perché no, dare poi del badogliano, del monarchico, o del borghese, se non addirittura del fascista, a chi è rimasto a fare il suo dovere di resistente in un campo tedesco. E finire la giornata sparacchiando addosso a qualche fascista, magari di vent’anni, magari già fatto prigioniero, andato anche lui a combattere da quella parte, ma fino in fondo, non per averne un vantaggio, ma sapendo dall’inizio che la sua guerra era già perduta.
Sarebbe bastato “aderire”, come si diceva. Ma come si fa? Redento ha giurato fedeltà alla sua Patria nella persona del Re. Anche se la persona che ricopre quell’incarico, o porta quel titolo, è scappata, l’idea di Stato, di Patria e tutto il resto che segue, non è scappata a Brindisi. Il dovere suo, pensa, come quello di tutti i soldati italiani, è quello di conservare la propria divisa, la propria identità e il proprio onore. E di aspettare che le guerra, prima o poi, finisca. E di tentare, caso mai, se si può, di fuggire. Avrete già capito che Redento Zuccolo restò ospite del governo tedesco, in un poco confortevole villaggio di baracche, dal settembre del 1943 al maggio del 1945. Senza fare drammi, senza considerarsi minimamente un eroe, senza ritenere di far nulla di speciale, dato che quello era, per l’appunto, il suo dovere. Tutto qui. Tanto per far intendere chi fosse, da che educazione venisse, cosa ci si potesse aspettare da lui.
E’ il maggio del 1945. Arrivano gli inglesi e, se Dio vuole, un giorno le porte del campo di concentramento si aprono per i prigionieri di guerra. Fino a quel giorno Redento non ha mai violato la legge, né quella dello Stato, né quella morale. Sarà quello il giorno in cui commetterà l’unico reato della sua vita.
A più di mille chilometri da casa, ridotto pelle ed ossa, sperduto in una terra di cui non sa nulla e in cui non conosce nessuno, senza mezzi di nessun genere, un abito trovato abbandonato e indossato, adattandolo alla bell’e meglio, su quelle pianure tedesche sulle quali truppe di ogni paese dilagano e non esiste più stato, nè certezza, nè mezzo di trasporto, Redento sa che deve cercare di ritornare a casa. E deve farlo prima possibile: prima che - chi può mai dirlo? - qualche altra sventura si abbatta su di lui.
A piedi, insieme a qualche altro sbrindellato, affamato e raccogliticcio compagno di sventura, giunge in un paesino vicino a Trier. Chissà cosa avrà mangiato, in quei primi giorni di libertà, dopo aver assaggiato le scarse razioni che, a differenza dei loro alleati americani, i parsimoniosi inglesi, anche loro un po’ a corto di viveri, avevano distribuito, lesinando, ai prigionieri appena liberati?
E’ davanti ad un negozio di generi alimentari. La grande e grossa massaia tedesca, che ha appoggiato la bicicletta al muro di quell’edificio, non immagina, quando entra per comperare quel poco che potrà e che troverà, che quella bicicletta lei non la rivedrà mai più.
Il genio, diceva qualcuno, è intuizione, fantasia, rapidità di esecuzione. Redento, in quei frangenti, si dimostra un genio. Inforca quella bici e parte a gran velocità, con quell’energia che anche il corpo più spossato e l’animo più provato riescono a ripescare, nei luoghi più riposti dello spirito, quando c’è uno scopo che vale la vita, o la libertà, o le altre cose per cui vale la pena di battersi e, se occorre, anche di commettere un reato, o di morire. Insomma, la voglia di ritornare in Italia, dopo anni di inferni diversi, gli fa scoprire, nel suo corpo macilento e provato, un’energia, una forza ed una volontà che non sospettava di avere più.
Zuccolo pedala verso sud, senza fermarsi, se non la notte, o qualche volta, giusto per tirare il fiato e per mangiare quel poco che trova, da Treviri a Verona. Sarà lui stesso, dopo tanti anni, che agli amici racconterà sorridendo quella storia e confesserà quel suo reato, quel suo unico rimorso.
“Chissà” diceva infatti “come avrà fatto quella povera donna, poi, senza la sua bicicletta?”.
La bicicletta collassa a Verona. Il percorso da Verona a Udine richiederà due mesi di passaggi su mezzi di fortuna, in un’Italia nella quale, come nella Germania che aveva lasciato, non c’erano più strade senza buche scavate dalle bombe, né ponti intatti tranne quei pochi occupati dal transito dei militari, né binari integri, né treni che sapessero dove, come e quando trovare il carbone per camminare, il macchinista per guidarlo, il ferroviere per muovere gli scambi, il capostazione per farlo partire, e sempre che si sapesse quando e da dove e per dove partire, né dove e quando si sarebbe arrivati. Insomma, non c’era più nulla che funzionava.
La madre, quando lo vede comparire fuori dal cancello, si sente male. E meno male che non ha letto quel racconto di Buzzati. Ma anche questa è una storia che non c’entra.
Lo riconosce a stento quel suo ragazzo, che pesa 37 chili, che è partito col volto da ragazzo ed è ritornato con quello di un uomo provato da sofferenze e angosce di ogni genere.
Già, perché non vi abbiamo detto che, nel suo soggiorno tedesco, Redento viene anche costretto a lavorare in una miniera di carbone. Quasi come in uno di quei film “mitologici”, del genere che oggi viene definito col termine di “peplum”, c’è anche il cattivo, quello che ogni tanto gli elargisce qualche frustata. Come tutto il resto, nella miniera anche la frusta è intrisa di polvere sottile di carbone. Minuscoli frammenti di quella sostanza penetrano così profondamente, ad ogni colpo di frusta, nella pelle di Redento, che fino alla fine la sua schiena ne conserverà il nero, striato ricordo.
La guerra è finita. Gli eroi ritornano alla vita di sempre. Non c’è tempo per leccarsi le ferite, o per riposare troppo. Come tutti, Redento si mette in cerca di un lavoro. Lo trova in Tribunale, qui, a Udine, nella vecchia sede di via Treppo, come collaboratore di cancelleria. Impiegato, insomma, in un posto che dopo un po’ di tempo diventa stabile e sembra fatto apposta per lui.
Non c’è magistrato, avvocato, o funzionario, che non lo apprezzi. Redento non è solo intelligente ed integro: Redento è preparato, sa fare il suo mestiere, lo fa con competenza e scrupolo. Passa così venticinque anni. In tutto questo tempo i giorni di assenza saranno cinque.
Arriva il momento di andare in quiescenza. Può farlo nel 1975 e, immediatamente, il Presidente del Consiglio dell’Ordine di allora, il saggio Roberto Tonazzi, che lo conosce anche come vicino di casa, non se lo lascia scappare e lo chiama a reggere l’ufficio. Dicevamo che da noi non è mancato un solo giorno, in tanti anni.
Certo, il dato non è trascurabile. Sappiamo, però, che ci sono anche persone, impiegate in qualche ufficio pubblico, in qualche banca, o in qualche ufficio postale, che se ogni tanto rimagono assenti, diciamolo francamente, fanno la gioia dei colleghi e spesso, ancor più, del pubblico. Per non dire la gioia se se ne vanno in pensione, o da qualche altra parte.
Zuccolo, anche nel nuovo incarico, non solo fa quel che deve fare, ma lo fa portandoci tutto il suo impegno e tutta la sua umanità. Tutta: anche la parte più “ruvida”: quella che, dopo un po’, risulta essere, a chi lo conosce, proprio la migliore. Lui, insomma, non si accontenta di svolgere le pratiche (iscrizioni, cancellazioni, liquidazioni di parcelle, circolari e via dicendo): lui, nel suo lavoro, ci porta qualcosa di più, qualcosa di suo. Discutibile, magari, agli occhi di qualcuno: ma vero, autentico ed assolutamente sincero.
Qualcuno potrebbe pensare che questa rubrica sia dedicata ai colleghi meno giovani: non è così. Ora proviamo a spiegare il perché, sperando di riuscirci.
All’epoca, siamo nel 1975, i praticanti in un Foro di 120 avvocati o giù di lì, sono pochi, qualche decina. Quei giovani si imbattono in lui, quando bussano per la prima volta alla porta della loro futura professione. Il suo tratto è sbrigativo, burbero quasi, apparentemente duro con coloro che, orgogliosi della laurea da poco conseguita, ritengono di aver diritto ad essere trattati, come dire, quasi con deferenza. E invece…
Lui, che parla nel suo ormai quasi perduto dialetto veneto-udinese, mentre raccoglie copie autentiche di diplomi, o controlla gli altri documenti, dopo aver rivolto il suo sguardo penetrante al neofita, inizia a pesarlo, osservando le reazioni del giovane alla sua serie di consigli.
Consigli? Erano quasi ordini, che apparivano persino un po’ molesti, o aspri. Capiscono dopo, quei ragazzi, che quei ruvidi consigli, con rimbrotto preventivo incorporato, erano il solo modo che aveva, un burbero come lui, per manifestare il proprio affetto. Allora ecco i suoi “salùda sempre i vèci”, o i “ricòrdete de mèter sempre la toga”.
Questo per l’inizio. Più avanti, quando quel giovane inesperto lo era solo un po’ di meno ed incominciava a vedersi arrivare i primi clienti, partiva la seconda ondata.
Il tono dell’istruzione per il secondo grado di avanzamento dell’ex profano, era un po’ questo: “Chechèto, non stà domandàr sùbito masa schèi, come ch’el fà qualche gavanèl come ti, per compràrse la màchina grànde. I schèi i vien lo stèso, col tempo”.
Per il terzo grado, il genere della terza, definitiva ondata, era più o meno questo: “non stà crèder de èsser rivà, solo perché te gà un cliente bon: ghe vol tempo”.
Accanto a questi consigli “omnibus”, Redento ne dava altri, meno generici e più mirati. Coglieva al volo, da una risposta, da un atteggiamento, dal modo di porre una domanda, oltre che dalle voci e dalle sensazioni che raccoglieva e filtrava, quali fossero la personalità e le attitudini di chi aveva davanti. Metteva questa dote al servizio degli altri, indirizzando quei giovani, che percepiva più capaci, o impegnati, verso lo studio giusto. Era ascoltato anche dall’avvocato che, in cerca di un collaboratore, o di un praticante, si affidava a lui. Proprio lui, che avvocato non era, era più di altri il paladino di un certo modo di essere avvocato, più che di fare l’avvocato. Per questo, oltre ai consigli, non lesinava, talvolta, bonari rimproveri, di cui generalmente i destinatari, almeno quelli più attenti, facevano tesoro.
Ai giovani praticanti Zuccolo voleva proprio bene. Non a parole.
Alla metà degli anni settanta, alcuni autorevoli avvocati di oggi erano tanto giovani e squattrinati, quanto oggi sono benestanti al punto da permettersi di tingere di bianco i resti di capigliature un tempo molto più banalmente scure. Trent’anni fa, invece che limitarsi a commentare il lunedì, nei corridoi del Tribunale, i risultati calcistici, quei giovani il calcio lo praticavano. E davano vita, con la nostra squadra, a tornei che comportavano, oltre che impegno fisico e sportivo, anche le spese per le trasferte e quelle, ancora più pesanti, per acquistare le magliette e per offrire un rinfresco alla squadra avversaria, quando la ospitavano.
Scattava allora il soccorso di quel tipo strano che, dopo averli messi in riga al loro apparire in quei luoghi, tanto da apparire all’inizio quasi ostile, si prodigava a farsi elargire dagli avvocati, quando si presentavano da lui per pagare la tassa di iscrizione all’Albo, un contributo speciale di ben cinquemila lire, con il quale ristorava le esangui casse giovanili.
Se poi non avessero ancora capito chi fosse, lo vedevano presente a ogni incontro, oltre che, se non bastava ancora, partire e ritornare con loro in ogni trasferta, o quasi.
Paternalismo, si dirà. Sì. Fastidioso? Da parte di Zuccolo, a dire il vero, mai. Che si sappia, nessuno di quei giovani provò per lui meno che stima: e, in molti casi, affetto.
Sarà che all’autorità, specie a quella paterna, che spesso si poteva definire piuttosto autorevolezza, a quel tempo si era abituati. La gente allora aveva molto più tempo, diciamo così, per vivere. Ne aveva anche per fare il padre, la madre, il maestro, il professore, tutto il resto. Circondati da una infinità di padri – quello di famiglia, il maestro, il professore, il maresciallo dei Carabinieri, il parroco, persino il vigile – si era abituati a quel modo di vivere e di esprimersi, a quel tipo diverso di relazioni. C’era abitudine ed abbondanza, in quel ramo. Ora, che magari di padri distratti, separati, assenti, o troppo impegnati ce n’è molti di più, così che non guasterebbero un po’ di figure così, non tanto da noi, ma un po’ dappertutto; ora, dicevamo, di quel tipo di persone pare si sia perso lo stampo. Ma anche questa forse è un’altra storia. O forse no.
La sua casa, la sua famiglia sono il suo rifugio, il luogo in cui passa quasi tutto il suo tempo, quando è libero dal lavoro. Nel 1972, assieme alla sua Laura, che continuerà anche lei fino alla pensione a fare la maestra elementare, compera la casa di via Bernardinis, in cui poi vivrà fino alla fine dei suoi giorni. Da quel giorno, Redento a casa ci starà ancora di più e più volentieri: non è la sua casa, è la sua reggia, il suo paradiso.
I suoi interessi, fuori dal lavoro, sono lì.
Amici? Sì, ma non così importanti per lui, da farsi preferire alla sua famiglia.
Politica? Poco o nulla: è un moderato, crede nel buon senso, più che nei proclami.
Sport? Qualche partita dell’Udinese al vecchio “Moretti”.
Convinzioni religiose? Credente, ma non fanatico, o bigotto.
Hobbies? Il suo giardino, quello dietro la casa di via Bernardinis, dove curava con passione le sue rose.
In realtà, tuttavia, una piccola trasgressione a questa regola c’è: ed è quotidiana. Ma è una trasgressione che, oltre ad essere innocente, costituisce quasi una prosecuzione del suo lavoro. Ogni giorno, alle 12.00 spaccate, Zuccolo chiude l’ufficio. Dopo pochi minuti è al bar Patriarcato, locale che verrà poi sostituito a tutti gli effetti, in via definitiva, dal “Chirye Eleison Bar”, il bar della Curia, o dei preti, quello che sta nel palazzo di fronte al vecchio Tribunale. E’ li che si celebra il rito, non tanto dell’aperitivo – immancabilmente un bicchiere di vino, accompagnato a volte da una tartina o simili – ma quello della conoscenza, della confidenza e, perché no, dell’amicizia. Attorno a lui consiglieri dell’Ordine, avvocati, praticanti, a volte qualche funzionario, o qualche giudice. Giovani e meno giovani, abituali o occasionali, in quell’appuntamento fisso ed immutabile, ci si conosceva tutti, o quasi, chi più, chi meno.
Quella faccia, che hai visto mille volte ed alla quale non associ, dopo anni, il nome: o quello che hai incrociato qualche volta, col volto scuro, o lo sguardo cupo, che magari ti ha fatto un po’ paura, ed è soltanto timido e spaesato, ed ha timore lui di salutarti, perché non conosce nessuno; o quello che è troppo giovane e non sai come si chiami, ma lo hai sentito qualche volta parlare in udienza e ti è simpatico e avresti voglia di farglielo capire: ebbene, intorno a lui ci si incontrava, ci si conosceva, ci si riuniva attorno ad un bicchiere, fuori dai limiti e dalla fretta e dalle convenzioni delle aule.
Un ruolo unico, il suo, che è rimasto vacante: unire l’ambiente, ponendosi come punto di riferimento tra i giovani e i meno giovani. Uno che amava il nostro Ordine, quasi fosse una sua creatura, stimava la nostra professione e, perché no, voleva bene a quelli che la esercitano.
Anna, la nostra impiegata, fu la sua prima collega. Lo affiancò nel 1984 e rimase con lui per circa 15 anni. Provate a chiederle chi fosse Zuccolo (lei lo chiama e lo chiamava così, come lo chiamavano tutti, con il cognome, come usava allora) e quanto paterno e prodigo di consigli sia stato con lei. E come l’abbia trattata come una figlia, tutelandola quando occorreva. Anche se, in cambio, pretendeva un impegno che, avendo il suo come pietra di paragone, non era certamente leggero.
Ci chiediamo quanto felice, ma anche quanto imbarazzato, sarebbe stato nell’accogliere, al suo ingresso nella professione, sua nipote Chiara, figlia della sua Mariangela. Gli sarebbe stata d’aiuto quella sua maschera, dietro la quale celava le sue emozioni, i suoi stati d’animo, che pure aveva intensi, a conoscerlo un po’.
Se n'é andato il 10 giugno del 2000. Per capire quanto affetto e quanta stima avesse seminato, sarebbe bastato vedere i volti dei colleghi che numerosi, per non dire tutti, erano presenti al suo funerale. Ed ascoltare le parole del Presidente, il collega Pettoello, quando lo ricordò alla riunione del 16 giugno di quell'anno.
Salutiamolo, rivelandogli che abbiamo scoperto, o magari ricordandogli, se l’ha dimenticato, un episodio del tempo del suo breve, vorremmo dire impaziente, fidanzamento.
La mamma di Laura era ammalata. Il medico le aveva prescritto – allora alle medicine si preferivano, quando era possibile, i rimedi naturali, o alimentari – le aveva prescritto, dicevamo, la carne di cavallo. A Tavagnacco allora – e forse anche oggi – di macellerie equine non ce n’erano. Né Laura aveva la possibilità di tornare a casa in tempo con la spesa.
Lui non ci pensò un istante: cosa ci voleva?
Così, ogni giorno a Tavagnacco, arrivava quel corriere che recapitava puntualmente alla futura suocera il cartoccio con la bistecca di cavallo acquistata a Udine.
Già, ogni giorno, dato che di frigoriferi, a quel tempo, neanche a parlarne.
Forse oggi nemmeno in automobile e con i frigoriferi che consentono di ridurre i viaggi a uno la settimana, o forse proprio per questo, è facile trovare un tipo come lui. Uno che se serve il suo aiuto, prima che glielo chiedano due volte, anzi, prima che gentilmente declinino l’offerta, è già arrivato, ha già fatto ed è già ripartito.
Gente strana, quella di queste parti. Talmente strana, da credere che quel tipo di stranezze sia la normalità. E da arrabbiarsi, o fingere di farlo, se qualcuno glielo fa notare. O da arrossire se qualcuno lo ringrazia per quello che ha fatto. E da non dar peso a chi, abituato alla sua generosità, non se ne accorge più e, invece di dirgli grazie, lo dimentica.
Noi, caro Zuccolo – ti chiamiamo come allora così - non ti abbiamo dimenticato. E un po’, a dire il vero, ci manchi ancora. O meglio, tanto per non prenderci confidenza, come usavamo con Lei, come si usava con tutti:
“Caro signor Zuccolo, non L’abbiamo dimenticata. E, a dire il vero, Lei ci manca ancora”